sabato 16 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


**Antonio Spagnuolo – "Ricami dalle frane" - Ed.Oèdipus – 2021 – pag.88 - € 12,50
Antonio Spagnuolo è nato nel 1931 a Napoli dove vive. Poeta e saggista, è specialista in chirurgia vascolare presso l’Università Federico II di Napoli. Redattore negli anni 1957 – 1959 della rivista “Realtà”, diretta da Lionello Fiumi e Aldo Capasso, ha fondato e diretto negli anni 1959 – 1961 il mensile di lettere e arti “Prospettive letterarie”. Condirettore della rivista “Iride”, fondatore e condirettore della rassegna “Prospettive culturali”, ha fatto parte della redazione del periodico “Oltranza” Ha pubblicato numerosissime raccolte di poesia, per le quali ha riportato molti prestigiosi premi, e varie opere in prosa. Ha curato diverse antologie ed è presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali. Collabora a periodici e riviste di varia cultura. Attualmente dirige la collana “Le parole della Sybilla” per Kairòs editore e la rassegna “poetrydream” in internet. Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo. Della sua poesia hanno scritto numerosi autori tra i quali A. Asor Rosa nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento” e nella “Letteratura italiana” (Einaudi).
"Ricami dalle frane" è una raccolta di poesie che, per il fatto di non essere scandita, oltre che per l’unitarietà stilistica, semantica e contenutistica che la caratterizza potrebbe essere considerata un poemetto.
Il volume è in continuum con quelli della recente copiosissima produzione di Spagnuolo connotata da una chiarezza maggiore rispetto a quella del primo Spagnuolo, che si esprimeva attraverso una scrittura veramente alogica, precipitato di un inconscio controllato che s’inverava nei versi in un preconscio impervio alla comprensione facile e immediata con altissimi risultati attraverso una notevolissima densità metaforica e sinestesica che era il veicolo di emozioni forti nel lettore, calamitato dai versi.
In questa nuova fase, nonostante la complessità della versificazione, frutto di un’officina scaltrita e intelligente del poeta, il poeta stesso si apre ad una certa forma di chiarezza e si è parlato come oggetto della sua poetica di un’archeologia dei sentimenti forti che il poeta prova, prima tra tutti quello per l’amore per Elena sua compagna di vita.
Se la poesia come affermava Goethe è sempre d’occasione anche per questi Ricami c’è un dato biografico che li sottende: la morte della moglie del poeta che ha aperto in lui una ferita che è un baratro.
Splendido e senza traccia di autocompiacimenti è l’aprirsi di Antonio alla persona amata in assenza che tramite la magia della poesia rivive come indimenticabile interlocutrice alla quale il nostro lancia i suoi messaggi in bottiglia nell’oceano di una vita così che la ferita si rimargina e l’amata si fa viva presenza.
L’esperienza di Spagnuolo nel tendere ad una persona che se ne è andata ma non è mai stata rimossa nella sua mente può essere paragonata sicuramente a quella dell’Ungaretti del Dolore nel suo rivolgersi al figlio defunto e a quella di Montale di Xenia nel suo rivolgersi anche lui alla defunta moglie Drusilla.
L’icasticità immensa, la forza espressiva pare essere la nota stabile e dominante di queste composizioni frutto di un lavoro di cesello che viene fuori in forme raffinatissime nella dizione magistrale del poeta che intriga e affascina il lettore nel dimostrare ancora una volta la portata e la missione della scrittura poetica in versi ai massimi livelli come in questo caso quando il Nostro rimbaudianamente diviene un veggente.
*
Raffaele Piazza

venerdì 15 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO GRIMALDI


**Fabio Grimaldi : “Ardore di vita” (Francesco d’Assisi) – Ed. La vita felice – 2021 – pagg. 56 - € 12,00 –
Un poemetto, una lunga preghiera, una narrazione accaldata, una rivisitazione accurata, un soliloquio inciso nella memoria, una originale provocazione religiosa, un’autentica evanescenza di illusioni, questo ed altro ancora incontriamo nelle pagine che Fabio Grimaldi offre alla poesia, trasformando la pigrizia della nebbia in una lussuriosa cortina che avvolge la figura del Santo di Assisi.
Passo dopo passo l’avventura di San Francesco si ricama nelle tre sezioni del libro “Monologo sulla giovinezza”, “Monologo sulla rivelazione”, “Lodi al Signore”. Gioventù, maturità, morte di un uomo che ha voluto ed ha saputo realizzare un tracciato di vita capace di sconvolgere il pensiero religioso.
“Cinguettavo con gli uccelli,/ nei campi beccavo con loro i chicchi di grano,/ saltellavo su ciottoli per bere ai ruscelli,/ mi riparavo dal freddo tra i rami più frondosi,/ dormivo accovacciato nei nidi,/ volavo lodando i doni e lo splendore del creato.” E’ Francesco che parla nel ritmo incalzante dei versi raccontando con estrema delicatezza la sua identificazione con la scrittura evangelica. La capacità di inseguire la verità, che si propone in tutto il tragitto terreno del Santo, si manifesta nella scrittura di Fabio Grimaldi con quel nutrimento culturale che distingue la elegante e sublime musica della poesia alta.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 10 ottobre 2021

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessia e il libro di poesia**
(a Sylvia Plath)
Scrive con vaga grafia, Alessia,
nell’aria disadorna senza fiato,
inchiostro rosapesca come l’estate
o l’inoltrata primavera.
Scatta il volo di un gabbiano
e trasale Alessia azzurrovestita
nell’aria vegetale della consecutiva
attesa. Sulla scrivania I fiori del male,
sua lezione per la vita e la
scrittura accade dalle mani affilate
come un attimo disadorno
come un bagliore Alessia
alla trentesima poesia
del suo libro per la vita,
pioggia a cadere esteriore
sulle cose senza tempo in segno
di vittoria. A destra il mare
a sinistra una nube bluastra
gioca a farsi ragazza o cavallo.
Epifanie del nulla, a poco a poco
tutto si ricompone, ecco lo squillo
del telefono, la voce di Giovanni.
È il 1984 attesa sgretolata ecco
il primo appuntamento
ci sono il parco, la panchina e le labbra
da baciare.
*
Raffaele Piazza
*
Raffaele Piazza- Napoli 22/12/1963- Ha pubblicato Luoghi visibili (1993), La sete della favola (1996,) Sul bordo della rosa (1998), Del sognato (2009) Alessia, 2014, Alessia e Mirta 2019 e In limine alla rosa 2020. Ha riportato numerosi premi, per l’edito e l’inedito, in concorsi di poesia (tra i quali la finale al Lerici Golfo dei poeti, opera prima, 1993, il terzo posto al Premio Mazza per l’inedito,1996 e la finale al Gozzano, 1998). È redattore di Vico Acitillo 124 Poetry Wave. Ha scritto sui Blog Poetry Dream, Rossoveneziano, Bibbia d’asfalto e La Recerche. È collaboratore esterno de Il Mattino di Napoli alla cultura. Ha vinto nel 2014 il primo premio al Premio Michele Sovente per l’inedito, nel 2016 il Premio Tulliola con la raccolta Alessia e nel 2017 il Premio Speciale della Presidenza al Premio Lago Gerundo. Ha curato per Fermenti Editrice le antologie Parole in circuito (2010) e Inquiete indolenze (2017). Ha pubblicato poesie, saggi e recensioni su varie riviste tra le quali Punto, Poeti e Poesia, Graphie, Anterem, Gradiva, La clessidra, Silarus, Le Muse, della quale fa parte del Comitato Letterario di Redazione, e Fermenti. È inserito nel saggio Forme concrete della poesia contemporanea a cura di Sandro Montalto e in numerose antologie. Ha pubblicato nel 2020 l’e-book Linea di poesia delle tue fragole su LaRecherche. Tradotto in inglese e spagnolo. E’ stato poeta scelto del Centro Montale e ha tenuto un'autopresentazione nella sede del Centro.

venerdì 8 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA


*Carla Malerba : “Poesie future” – Ed. Puntoacapo 2020 – pagg. 60 - € 12,00
L’inquietudine che a volte si manifesta nei versi che rincorrono illusioni e incertezze, memorie e ripensamenti, abbandoni quotidiani ed emozioni serrate, è l’armonia capace di coinvolgere il lettore per un rapido rincorrere emozioni e trasalimenti.
Trasparenza nel senso dello svelamento di tensioni, che tendono verso l’assoluto con la parola poetica, tentando di condurre ad una dimensione sovratemporale, non senza il bagno necessario per il divenire della realtà.
Le quattro sezioni che compongono il volume “Straniamenti”, “Dove nulla si perde”, “Se vuoi ti cerco”, “Ritorni”, sono melodicamente fuse per quella tenace e garbata asciuttezza del verso breve, che rende il canto di una concretezza materialistica nel disegno del simbolo.
“A volte prende forte/ di pensieri/ una strana mescolanza./ Ti rammenti/ la terra natale?/ Anche se non era la tua terra/ l’hai amata come tale,/ e se non era il tuo/ il suo idioma,/ lo sentivi familiare./ E sempre/ ti segue forte/ una solitudine amara,/ un doloroso straniamento.”
Parola rivelatrice di solitudine, nella quale l’estraniazione dilaga per respingimenti ed esclusioni, nella melodia che cerca di disperdere la giornata tra possibili bagliori. E nei bagliori la poesia di Carla Malerba va incontro alla espressione pura e decantata.
Le immagini si ricamano in un contesto che riesce a cogliere l’attimo fuggente, senza vacillare, ma capace di trascinare il ritmo in ogni pagine, e che si nutre, nella capacità culturale della poetessa, di formule relative e nel senso elevato tra lo sconvolgimento ed il mistero.
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = EDOARDO PENONCINI


"Luglio"
la pelle brunita, temprata,
si è dorata e luccica, lisciata,
al sole bruciante
che invelenisce l’acqua
e la terra intorno;
sono passati i germogli
il giallo degli argini è rinverdito
i coltivi puntano veloci alla fine
e saranno presto stoppie annerite
nelle bianche ore di luglio
che tutto fermano.
Un tratto d’ombra sulla strada
è rifugio nel deserto
che inoltra la notte.
*
"Alba di lago"
Una striscia pervinca stria l’ubbia
del cielo contro il Baldo addormentato;
un viottolo pencola verso il lago
dove due anitre schizzano bassi voli
e famiglie di pesci sguizzano
sotto la carena delle barche.
Un nuovo giorno resterà sulle spalle
con gli impermeabili addosso
o la protesta dei gridi policromi
che sfogliano il sicomoro
vincerà la pioggia incombente?
*
"Direzione obbligatoria"
Non so cosa affermi il codice genetico;
è risaputo da sempre per ogni genetliaco
lo sconto è una sottrazione in addenda,
è un dividendo imperfetto
di quanto è caduto in difetto,
è un embrice che sgocciola lento
l’arsura della terra primigenia.
*
EDOARDO PENONCINI
*
Edoardo Penoncini nasce ad Ambrogio Copparo (Fe) il 20-12-1951, laureato in storia medievale all’Università degli studi di Bologna, è stato assegnista per quattro anni presso l’Istituto per la Storia di Bologna, redattore per tre anni della “Rivista di studi bizantini e slavi”, collaboratore per 25 anni della rivista “Scuola e didattica”, ha insegnato Lettere nella Scuola secondaria fino al 2011.
Suoi lavori di storia medievale e di didattica della storia sono apparsi su riviste e in volumi collettanei.
In versi ha pubblicato nove raccolte in italiano e tre in dialetto ferrarese. (https://www.edoardopenoncini.com)

giovedì 7 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


**Antonio Spagnuolo : "Ricami dalle frane" Ed. Oedipus 2021 - pagg.88 - € 12,50**
Antonio Spagnuolo è un archeologo dei sentimenti, un poeta che riesce a raggiungere il fondo dell’ES portando in superficie le connotazioni della sua personalità dai molteplici aspetti sensoriali.
Anche in quest’ultimo volume "Ricami dalle frane" si ripropongono illuminazioni che rimettono in luce Amore e Morte, scandendone i campi magnetici.
Il ricordo diventa origine e nascita di ogni testo, di fronte alla indifendibilità della vita rispetto al punto zero. La formazione reattiva è un ulteriore meccanismo di difesa che rigenera il passato e una moltitudine di situazioni freudiane dalle quali ogni testo affronta la realtà nei suoi aspetti, dove non poche sono le dislocazioni dei ricordi rigenerati attraverso un linguaggio rimasto fedele alla Tradizione, né vi appaiono inquinamenti iperattivi nei sub-plots e story-board.
Mario M. Gabriele

martedì 5 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDOARDO PENONCINI


**Edoardo Penoncini – Sembrava un fuoco di paglia--Puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 145 - € 15,00
Si definisce fuoco di paglia qualcosa che inizialmente sembra particolarmente promettente, interessante, intenso di notevole importanza, ma che nel giro di poco tempo, finisce nel nulla, rivelando, quindi, il suo scarso valore.
Quindi un flop, una cosa che, nel titolo sta ad indicare invece qualcosa che potrebbe avere una valenza positiva proprio per quel sembrava che relega il fenomeno, il fatto, al passato: ora dobbiamo vedere di che si tratta.
Con questo titolo intrigante e ironico il poeta, che ha redatto il suo testo con la versione nel dialetto della sua terra a fronte, ci fa entrare in un universo di nonsense di ambiguità voluta e proprio il fuoco di paglia nel suo riferimento al passato, potrebbe simboleggiare qualcosa che invece è salvifico come la poesia stessa che riflette ipostaticamente su sé stessa.
Penoncini sa che la poesia è salutare per il poeta e il suo fruitore e che può diventare il contrario di un fuoco di paglia.
Il volume presenta una prefazione di Zena Roncata acuta, sensibile, ben centrata e ricca di acribia.
La raccolta composita e articolata architettonicamente è scandita nelle seguenti sezioni: Le radici, Le parole dell’indifferenza, A spasso nel tempo, La strada dei pensieri.
Ad un approccio iniziale si identificano le ragioni meta letterarie di Penoncini nel suo affrontare la sua materia quando afferma la forza espressiva del suo dialetto che nella bocca dei suoi compaesani diventa più forte e terribile di una bestemmia e peggio della foresta prima dell’inferno e un nodo intorno al collo per strozzare le parole, una sega che sega i piedi. Nella parlata in dialetto, rispetto alla lingua madre, in questo caso l’italiano, la lingua stessa assume un’icasticità più forte della stessa lingua standard, proprio attraverso la musicalità e il ritmo delle stringhe delle parole che in dialetto raggiungono una forza espressiva quasi violenta e debordante con qualcosa che ha un sentore di onomatopeico. Quindi una ricerca anche antropologica per giungere alle radici della vita per capirne e coglierne il senso più profondo e sensuale e vero. Il linguaggio usato da Edoardo nella versione in italiano è piano, colloquiale, narrativo, affabulante e chiaro.
Una notevole drammaticità deriva dalle immagini evocate dal Nostro ed emblematico a questo proposito è il verso andare in guerra per non affogare in mare e le stesse parole divengono viventi e da abitare come nel verso quelle parole vecchie che non hanno più un vicino, come se le parole fossero animate e in parte lo sono come nella massima veterotestamentaria non vi sarà parola detta che sarà senza effetto, che sembra essere alla base di tutto l’ordine del discorso e delle intenzioni del poeta in un libro fluttuante e antilirico che ha qualcosa di fortemente intellettualistico.
E in un componimento Penoncini scrive che il dialetto è la lingua delle cose, mettendo queste parole nella bocca di un professore.
Un esercizio di conoscenza tout-court quello di questo poeta a dimostrazione della dignità del dialetto stesso che sembra ma non è un fuoco di paglia.
*
RAFFAELE PIAZZA

domenica 3 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERGIO GALLO


**Sergio Gallo – Amnesia dell’origine--Puntoacapo – Pasturana (Al) – 2021 – pag. 145 - € 14,00
L’autore della raccolta di poesie Amnesia dell’origine è nato a Cuneo nel 1968 e risiede a Savigliano (CN) dal 1981. Ha già pubblicato alcuni libri di poesia.
Il volume include componimenti scritti tra il 2017 e il 2020 e presenta una prefazione di Fabrizio Bregoli. Il libro è composito e articolato architettonicamente ed è scandito nelle seguenti sezioni: Klision, Lemno, Qarum, Cnosso, Cronache del terzo ventricolo, Piccoli paradossi e In limine; queste parti sono precedute dal componimento programmatico Dodici piccoli comandamenti.
Ad accentuare la ricerca di diversificazione dell’autore c’è da mettere in luce il fatto che strutturalmente le composizioni sono o centrate nella pagina o scritte in modo standard secondo il modello tradizionale della poesia.
I Dodici piccoli comandamenti, non senza velata ironia, per il loro implicito riferirsi ai dieci comandamenti biblici, sono dodici massime sul tema della scrittura e nello stesso tempo sul senso della vita e sono improntati ad un certo ottimismo come se l’autore inviasse messaggi al lettore sul senso salvifico della scrittura e non a caso in essi ci sono tra gli altri gli inviti a nutrire le vene aurifere della memoria, a centellinare le parole, specchi di verità e a sgravare il grembo da foschi presagi.
Cifra essenziale della poetica di Gallo, che emerge fin dal primo impatto del lettore con questi versi, è quella di una scrittura misteriosa e descrittiva nello stesso tempo. Si evince una vena neo orfica e magica che si ritrova in un alone di onirismo purgatoriale.
È una scrittura magmatica e densissima che dal caos apparente pare giungere all’ordine che è quello di un discorso anarchico e visionario. Anche una vena gnomica è sicuramente presente nei componimenti di questa raccolta pervasa da due livelli quello della storia che trova il simbolo ad esempio in un antico labirinto e quello di un presente che resta nel vago quando viene usata l’immagine dell’arrancare nel quotidiano, quotidiano che è il referente incontrovertibile della condizione umana nel suo tran tran e nel suo eterno ritorno scandito dallo svegliarsi e dall’addormentarsi. A tratti è una versificazione che sfiora l’alogico con immagini scaturenti da un inconscio controllato connotato da consequenzialità.
Perché Amnesia dell’origine? Che cosa è questa origine dimenticata? La risposta si può ritrovare in un serpeggiare nelle poesie di una stabile tendenza ad andare oltre le coordinate del presente tenendo sempre di vista nelle descrizioni la provenienza nell’essere sotto specie umana, provenienza vaga di cui sembrano perdersi le tracce come se fosse un’infanzia rimossa o un’adolescenza che pare essere caduta nell’oblio dei giorni.
Non a caso rispetto a quanto suddetto viene nominata anche la reincarnazione come se si trattasse di giungere all’etimo delle cose in un esercizio di conoscenza.
*
Raffaele Piazza

venerdì 24 settembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Nodo”**
Non altro mi sazia oltre il silenzio
nel mutevole riflesso della luna,
inganno e quiete dell’esiguo tocco
degli occhi nella penombra smemorata.
Giocava il tuo corpo adolescente
al soffio del tempo, e ritorna
senza pietà tra le figure
un nodo che giocammo insieme.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessia corre nel prato azzurro**
Scalza giocando alla California
corre Alessia nel prato specchio
di cielo nell’interanimarsi con
l’odore di eucalipto a giungere
all’anima nell’attimo sotteso
a viva gioia. Vento a lambire
Alessia e levigarla nel fresco
della meridiana attesa ad accendere
le guance di melarancia di Alessia.
Attesa che qualcosa accada
(giunga un’e-mail o una telefonata
o una lettera). Nella vita sottile
di Alessia arriva Mirta dall’aranceto
d’isola e le dice di non avere paura.
Il prato gioca con Alessia
nel contemplarlo e il gioco
è divertente.
*
Raffaele Piazza

giovedì 23 settembre 2021

INTERVENTO = SCIASCIA


***La Sicilia nel cuore di Sciascia***
Che la scrittura sia un modo liberatorio e indipendente, per proiettare, indagare, capire, credo che lo comprendiamo tutti.
Eppure, qualcuno ha pensato che Leonardo Sciascia, più che amare la Sicilia, l’abbia denigrata agli occhi del mondo; che, per parlare così tante volte di determinate realtà, in fondo, doveva sentirsi attratto dal fascino esercitato dagli uomini d’onore e dalla loro pseudo-moralità.
Tutto ciò, pare il pensiero legittimo di chi non si è ancora posto il problema di cosa significhi essere siciliani e di come il siciliano medio coltivi in sé un certo orgoglio per le sue radici multietniche e per le tradizioni. Orgoglio che oserei definire nazionalista e che, per certi versi, risulta inattaccabile dall’esterno. Tuttavia, tale orgoglio diventa illegittimo e, a volte, strumentale, se si diparte da un frutto maturo e capace di indagare in sé e attorno a sé.
Diversa è, difatti, la chiave di lettura dell’opera Sciasciana, in quanto è impossibile non valutare che ogni siciliano onesto (e, quindi, anche Sciascia), seppure contesti fortemente certe logiche malate esistenti nell’ambiente, avverte, in fondo, di essere legato alle proprie radici ed al proprio vissuto su quest’Isola e, al tempo stesso, nutre un sentimento di abbandono ulteriormente accentuato dal potere mafioso. Ciò rende ogni abitante della Sicilia luce ed ombra, respiro e tragedia di un contesto difficile, in cui amore, odio, difficoltà esistenziali e ostentazioni di ricchezza si intrecciano e confondono la parola, sino a farla diventare un canto ora dolente, ora rabbioso.
Un canto asciutto che, certamente, traspare dall’opera dell’autore racalmutese e che si riallaccia perfettamente al vissuto di tutti gli isolani e, specialmente, dei perdenti dell’Isola. Si legge nella Notizia, le pagine introduttive di Occhio di capra (un libro che racchiude una folta sequenza di espressioni dialettali racalmutesi): “[…] La mia terra, la mia Sicilia non ha fiumi; e dal mare è lontana come fosse al centro di un continente”. Ed ecco che, in poche righe, lo scrittore ci induce alla sofferta conclusione a cui approda qualsiasi siciliano di intelligenza, che scruta e analizza le cose, dilatando il concetto di isola, sino a sentirsene costretto e, infine, ricondurlo a se stesso. Ma, proseguendo in codesta lettura, ecco che troviamo la nota dolce e quasi orgogliosa di Sciascia, riferita al suo paese natale: “[…] Isola nell’isola, come ogni paese siciliano di mare o di montagna, di desolata pianura o di amena collina, la mia terra, la mia Sicilia è Racalmuto, in provincia di Agrigento”. Paese questo, da cui lo scrittore, non si distaccherà mai completamente, perché ogni suo più piccolo pregio o difetto è profondamente radicato nel suo animo, così come sono radicati in lui i volti e i modi di essere della nostra gente. E, per capire ciò, basta notare come Sciascia fa parlare uno dei suoi personaggi in questo brevissimo brano de Gli zii di Sicilia: "Io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli…Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice."
Ancora, nella parte introduttiva di Occhio di capra, l’autore dice: “Si ama più tacere che parlare. E quasi che i lunghi silenzi davvero servano a fortificare il raro parlare, quando si parla si deve essere precisi, affilati, acuti ed arguti”.
In tal modo, riallacciandoci al concetto iniziale della scrittura come modo per proiettare, indagare, capire, notiamo, soprattutto nella parte finale dell’ultimo brano, che l’autore, più che il modo di essere dei concittadini, vuole rivelare al mondo il proprio modo, la propria capacità di tacere, di mettersi in disparte e di osservare. Non per nulla chi ha conosciuto l’autore siciliano lo ricorda come un uomo riservato e avaro di inutili parole. Dice di lui Lucio Zinna nell’articolo Quel tenue filo con Leonardo Sciascia, apparso nell’ottobre-dicembre dell’89 sul trimestrale di cultura Insieme nell’arte: Il mio rapporto con Leonardo è stato lungo ed intenso, ma fatto più di silenzi che di parole. Ci siamo incontrati poche volte, per lo più in occasione di qualche cerimonia letteraria palermitana, a cui lo scrittore partecipava, benché di rado. Io amavo allora andare in giro per la città, frequentare centri culturali e gallerie d’arte. Poi (anche sull’esempio di Sciascia) ho imparato a gestire il mio tempo con maggiore parsimonia […]. O vai in giro o scrivi. […] Una volta, a Montesilvano, conversando col poeta Mario Luzi, il poeta ebbe a dire; “Ricordiamoci che noi poeti dovremmo anche scrivere”. Pare proprio, come notano diversi studiosi, che il posto in cui si cresce tracci contorni indelebili sul carattere dell’individuo ed anche sul destino di un letterato. Infatti, conoscendo l’autore dell’articolo, credo che anche lui sia solito alimentare quei lunghi silenzi che servono, non solo ad allenare la mente, ma anche a fortificare il raro parlare. Per di più, la Racalmuto di Sciascia fa parte di quel triangolo geografico (che comprende sia la realtà del latifondo, che quella della zolfara e che va da Agrigento a Caltanissetta a Palermo), in cui Tomasi di Lampedusa, De Roberto, Pirandello, Brancati e altri hanno individuato un evidente malessere esistenziale. La Sicilia: una terra in cui, come scrisse Pirandello nel Berretto a sonagli, ognuno ha nella testa le sue corde: la seria, la civile, la pazza. A tale proposito Sciascia pubblica nel Settanta una raccolta di saggi, intitolati La corda pazza, come a sottolineare che è specialmente su questa che intende soffermarsi, cioè sulla potenza che può sprigionarsi dalla ragione e sulle contraddizioni dell’Isola, sul passato e sul presente da lui visitato con veemente ed accorata attenzione. “Una terra difficile da governare perché difficile da capire” sostiene lo scrittore in questo libro. Una terra che tuttavia, a mio avviso, nel suo bene innamora e plasma i suoi figli anche a quel male che ramifica dipendenze mafiose e costringe a vivere nell’incertezza del domani. Una terra, forse, per questo tagliata fuori, atollo sperduto per molti, isola nell’isola da cui, però, pare quasi impossibile liberare l’anima nell’indistruttibile, eterno alternarsi di realtà e ricordi. Tornano, così, alla mente alcune parole intrise d’amore per la Sicilia in una descrizione che Sciascia fa della campagna di contrada Noce a Racalmuto, ne Gli zii di Sicilia: "Tutta la campagna era […] silenziosa e splendente. […] Di frutti c’erano le mandorle con la scorza verde e aspra, dentro bianche come il latte […] e le prugne maggioline che allampavano la bocca, verdi ancora e agre."
Nondimeno, è specialmente con il suo riallacciare la memoria ai fatti ed ai misfatti vissuti e sentiti a Racalmuto (da lui convertito in Regalpetra) in Le parrocchie di Regalpetra lo scrittore intreccia il suo indissolubile legame col paese. Legame istintivo che mai escluderà dalla propria esistenza, come possiamo stabilire dal suo costante ritorno estivo e dalla sua capacità di trarre ispirazione per la scrittura proprio da quei particolari momenti. Difatti, questi rientri in contrada Noce hanno rappresentato per lui una sorta di lavacro spirituale in cui si ridestavano il cuore e la mente ed in cui ha scritto buona parte delle sue opere. Emerge da tale ricerca di pace e di silenzio il carattere schietto e di poche parole di un figlio della Trinacria apprezzato da molti e di cui ho voluto parlare in questo breve articolo, mettendo in evidenza quanto la Sicilia gli sia stata nel cuore. Leonardo Sciascia, un uomo di coraggio, uno scrittore che non ha scritto solo di mafia, ma del travaglio di un popolo e che, grazie al suo razionalismo e all’interesse per l’Illuminismo, al suo stile nettamente fondato sulla chiarezza e sulla semplicità espressiva, è stato tra i più interessanti del panorama letterario che va dagli anni Cinquanta, al 198sino a dopo la sua morte, avvenuta nel 1989. Un uomo che certamente ha lasciato un vuoto nel panorama culturale italiano e che ha saputo portare la sicilianità nel mondo grazie a quello che lui stesso è stato, scegliendo un percorso di vita che non si può sicuramente definire porto franco. Ma, probabilmente, solo a pochi di noi siciliani è stato dato avere un’esistenza, per così dire, porto franco, in quanto, sin dall’età della ragione, abbiamo sentito bisbigliare o strillare di mafia. Abbiamo imparato a convivere con essa e a scegliere se schierarci con essa o con lo stato, abbandonando a priori la speranza di una vita equa e realmente tranquilla. Forse, chi, come Sciascia, sente fortemente la propria sicilianità e prova a discostarsi dalla realtà dell’aggressione e della forza, non può fare altro che battere e ribattere sugli stessi temi, divenendo al tempo stesso un nichilista, nel costatare l’emarginazione sempre più evidente in cui si è catapultata la Sicilia grazie a questo stato di cose e la volontà politica di mantenere pressoché inalterato l’andamento di due Italie ben distinte tra loro: quella del nord e quella del sud. Forse, chi, dopo tanto vagare, ha chiaro in lui il gioco delle parti, non spera più in un reale mutamento di questa terra di luce e di miseria. Concludendo, voglio che sia lo scrittore a parlare a voi: Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di avere dato il senso di quanta lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione. Mariolina LaMonica

mercoledì 22 settembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROCCO SALERNO


***Una originale silloge poetica di Rocco Salerno: "DOLCE, MISTERIOSA ESSENZA DELL’ UNIVERSO"
La memoria di Bambolo, “creatura celestiale”, anima questi versi-palpiti di cui Rocco Salerno – illustre poeta, saggista e critico – alimenta la deliziosa silloge Dolce, misteriosa essenza dell’universo (Macabor, 2021). Alla dedica (“A Rita Agresti e a quanti amano gli animali”) fanno significativo riscontro le frasi offerte in esergo: Paolo VI ci annuncia che “un giorno vedremo di nuovo i nostri animali nell’eternità di Cristo”; Brina Mauer (nom de plume dell’acuta prefatrice Claudia Manuela Turco) deplora che “hanno strappato l’anima alla parola animale” quelli che non amano nemmeno l’uomo; Dostoevskij esorta ad amare gli animali, “a cui “Dio ha donato i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata”, di cui non dobbiamo privarli, così come l’uomo non deve vantarsi “di superiorità nei confronti degli animali”.
L’amore di Salerno per Bambolo si rivela suggestivamente nel compiaciuto stilema kerigmatico che apre la raccolta: “Il gatto claudicante - se randagio o padronale - / salvato dai malanni / chiamato Bambolo ha una casa”. Mirabili per delicatezza, tenerezza e ammirata dipintura sono i versi che seguono: Viene di sottecchi, / il cibo attende, / striscia i piedi, / si gira come un piumino / innevando il cortile / su cui pure ha lasciato / qualche avanzo / della sua grazia. // Si ritrae, timoroso ancora / di frasi accarezzare / dalla ferinità degli umani . // Poi, senza farsi notare, / scompare, / con passo felpato / e svagato / come il suo indifeso sguardo”. Una descrizione che si continua nel secondo componimento (Occhi fosforescenti) ove Bambolo, “statua greca”, accoccolato alla porta attende il “pesce succulento”, leccandosi i baffi, guardando incantato come se volesse “parlare, ringraziare”, per dileguarsi con i suoi “occhi fosforescenti”.
Risaltano, nei versi successivi, i segni della mutevole condotta di Bambolo, del suo apparire e sparire “come un gioco tormentoso”, con il suo sgranare gli occhi come per ringraziare con la parola tacita, lo sguardo silenzioso, porgendo al poeta la zampetta con sinuosa dolcezza. Il piatto d’acqua su cui si china diviene “la purezza”, la sua anima lo sguardo della sua bontà, e Rocco si perde nei suoi occhi : “unico sogno / di questa vita / tempestosa” e lo prega di non allontanarsi perdendosi “nelle quotidiane meschinità”. Di verso in verso, mentre si infittiscono l’ intensità dell’affetto e l’impegno nella protezione di quella creatura indifesa, si costruisce l’ immagine piena della creatura felina come icona perfetta della Bellezza celestiale, “musica eterna” e “melodioso silenzio”, riflesso di “un’isola divina”, armonia che invade le iridi ”come un’infinita atarassia”. E i vari gesti, movimenti, riti quotidiani di Bambolo, osservati dal poeta, divengono altrettante tappe di un itinerario di assimilazione della sensibilità del poeta a quella del felino: “Ormai siamo / la stessa anima / incarnata, / lo stesso fiato…”. Una miriade di immagini, di metafore, di variazioni sul tema del rapporto con il gatto nella chiave della sua dimensione celestiale, che si dispiegano nel numero vario e duttile del verso libero e nella loro cangiante e geniale mobilità, nutrita di morbidezze melodiche come di aspre dissonanze, esorcizzano ogni rischio di monotonia.
Il pensiero corre ai “sereni animali / che avvicinano a Dio” di Saba, alla sua “capra dal viso semita” in cui sente “querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita” ; a “Cirì belle”, l’uccellino conforto alla solitudine di Albino Pierro e in genere al “palpito umano delle bestie” da lui cantato; al “compito più alto di un uomo” additato da Emile Zola nel “sottrarre gli animali alla crudeltà”; e anche all’istintiva naturalezza con cui ogni essere diverso dall’uomo esprime la propria natura (correre, volare, nuotare) di cui parla nella Naturalis Historia Plinio il Vecchio (che ad essa contrappone il nihil scire dell’uomo, che invece ha bisogno di insegnamenti per poter parlare, camminare, mangiare). E il monito dostoevskijano all’uomo a non vantare la propria superiorità sugli animali che in filigrana pervade il dipanarsi del tessuto lirico mi fa pensare (anche senza doverne accogliere tutte le conclusioni) alla corrente di pensiero del postumano contemporaneo (massime al bel saggio di Leonardo Caffo Fragile umanità) che contesta la tesi della superiorità dell’uomo sulle altre forme di vita (lo specismo) e prefigura l’avvento di una nuova specie umana, fatta di individui dotati di una sensibilità diversa e un diverso approccio al mondo in cui vivono e agli altri esseri viventi, umani e animali, considerati parte di una stessa sostanza (“…diventiamo un immenso noi con il mondo vivente”). Riferimenti, questi, che, se valgono a valorizzare e nobilitare la sensibilità di Rocco Salerno verso l’animale, non esauriscono, certo, la pienezza, ricchezza, e assolutizzante sublimazione di quel rapporto, una sorta di felineo stilnovo, che esalta appunto il potere di Bambolo di elevare l’animo di chi lo ama oltre ogni ”terrestre limo”, farlo “rinascere a un’altra Alba”. Donde la gratitudine che pervade la sua apostrofe “Unica luce, sogno, certezza / in questa scialba esistenza / che tu elevi a musica eterna. // Sento vibrare in me quand’io ti carezzo / la dolce essenza dell’Universo / nelle vene scorrere / parole di freschezza / dal tuo melodioso silenzio / aperto ai concerti angelici / come Alba sulla mia anima beata…”. A mitigare, poi, l’amarezza per la sua sparizione vale la certezza della “celeste presenza” di lui che, pur invisibile, guida la sua vita ”nelle quotidiane bufere”: “Non sei più ritornato / facendo piangere anche / l’alba // qualcuno avrà spezzato / la favola // ma tu vivi per l’eternità / come una persona amata”. Parimenti la dimensione singolare di questa sublimazione del rapporto affettivo con Bambolo si snoda con naturalezza, singolare leggerezza di tocco, policromia di scene, metamorfosi di sensazioni ed emozioni, fragranza di francescana purezza che si riflette dal gatto all’uomo: Quando stiamo insieme / è come se vivessimo nell’Eden, / nella perfetta innocenza…”. Così come la riflessione assiologica e la meditazione esistenziale non infirmano, in genere, la trasparenza e l’eleganza del dettato lirico, avvalorato da un “lessico moderno e accattivante”, opportunamente rilevato dall’illustre postfatore Antonio Spagnuolo. Donde la lettura della silloge, mentre riesce suggestiva per chi, come me, ama gli animali e per tutte le persone pensose della condizione animale, può riuscire fonte di soddisfazione e di conforto anche per i giovanissimi che amano gli animali, li accolgono, li allevano, li proteggono: Ron e Stella, due splendidi gatti, hanno anch’essi una casa, in virtù delle pronte e amorevoli premure prodigate loro dai miei nipotini! Grazie, allora, a Rocco Salerno per questo canto originale in cui ha tradotto il suo generoso messaggio di solidarietà e di amore per gli animali.FRANCO TRIFUOGGI

lunedì 20 settembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = SALVATORE QUASIMODO


**Salvatore Quasimodo: "Tutte le poesie" Ed. Mondadori 2021 - pagg. 618- € 26,00
Curato in maniera impeccabile da Carlangelo Mauro appare nella collana mondadoriana "Oscar moderni Baobab" un volume corposo e denso che ripresenta tutte le poesie del premio Nobel 1959.
Una ricognizione puntuale e dettagliata quella di Carlangelo Mauro, con pagine che avviano verso una interminabile escalation di cultura e di coinvolgimento emotivo, ricche come sono di rimandi ed informazioni tali da avvolgere il lettore in un avvincente viaggio attraverso testi e testimonianze, spunti critici e relazioni, sublimazioni di riferimenti e particolari illuminazioni del percorso.
Salvatore Quasimodo trova la sua collocazione creativa giusto al centro del secolo scorso, nell'atmosfera caotica che ha incendiato la storia del nostro paese tra gli anni della dittatura fascista, gli eventi della seconda guerra mondiale ed infine nella vertigine del dopoguerra.
La corrente ermetica che lo ha battezzato afferma la necessità di una nuova poetica ed egli riesce ad esprimere la realtà tradizionale con il segnale coraggioso dell'innovazione.
Il volume offre numerose pagine dedicate ad un percorso di lettura attraverso la poesia del nostro, un percorso dettagliato e suggestivo tracciato da Carlangelo Mauro con una destrezza unica che riesce a rischiarare il recupero delle trasfigurazioni e la sublimazione del simbolo.
Un registro nel quale vengono proposte suggestioni e richiami capaci di rivendicare quella eredità sapienziale che amplifica il fascino del canto.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 17 settembre 2021

POESIA = FRANCESCA LO BUE


**Presentazione di Amore e Morte
La poetessa affronta, in modo enigmatico, il crepaccio dell’esistenza, tematizzato dalla cultura contemporanea in varie modalità, ovvero scientifiche, narrative ed ermeneutiche relative al grande tema eros e thanatos ereditato nella cultura occidentale dalla tematizzazione mitica dell’antica Grecia. L’originalità di questa composizione poetica consiste in un legame singolarmente affascinante tra la concettualizzazione del problema affrontato e il giuoco musicale della dinamica linguistica che ne caratterizza l’espressione comunicativa. La nostra autrice infatti riesce in questa breve composizione ad associare le due modalità narrative dei suoi contesti poetici: quella dei racconti accennati e interrotti e quella dei significati allusivi, spesso nascosti nelle parole utilizzate per codificare l’espressione altamente interrogativa delle questioni affrontate. Il suo è un modo singolarmente efficace per rivolgersi al mistero dell’inconoscibile e per reperirne le tracce nell’inquietudine dell’esistenza.
Aurelio Rizzacasa
******************
"Amore e Morte"
Qual è il centro del mondo?
Dove è lei, anima dei miei giorni brevi.
Dove è fuggita, bruciata dall’acqua ardente dei desideri.
Dove sei andato, amore mio profumato?
Pane e pace della mia spada giustiziera,
brama di afflizione, solitudine e parole.
Nei disegni scabri dei monti,
tra l’ansietà dell’abisso e il sogno del cielo,
mi svelerai il miraggio della vita e della morte.
Dove hai portato il tuo fiore intramontabile?
Precarietà rigogliosa nella danza dei crepacci.
Ti nascondi dagli uomini cupi,
ti nascondi dalle loro bugie,
cavalcando nuvole d’acciaio fra ali iridescenti di pietra.
Perché non mi chiami alla soavità dei tuoi occhi di rugiada?
In quale stella errante fuggisti?
In che eremo di pena e sacrificio, in quale gloria di nebbia,
potrò ritrovare un tuo accenno?
Sei il Re potente dei nimbi,
tuona la tua voce dal trono trasparente,
lì tra le vette nelle cime dell’estasi.
A te rivolgono la parola gli orfani della terra,
il popolo prigioniero della terra arida
radunato nel tributo di sangue e fame,
in attesa dell’eredità senza destino.
Titano dei giorni sfusi, enigma dell’abisso,
raccontami la pagina antica del Mondo,
dove precipita l’Amore e si cela la Morte.
*
FRANCESCA LO BUE

sabato 4 settembre 2021

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Mirta Rem Picci ed io**
Scherzavamo sulla canzone
di Battisti "Una donna per amico"
ti definivi il mio portafortuna
mi svelavi tuoi intimi segreti.
Giocavamo con le poesie:
io ti leggevo miei versi e ti
chiedevo di chi erano e tu
spesso sbagliavi e rispondevi
di Luzi o di Montale. Diventavo
Montale nella tua vergine anima.
Ora ti sei tolta la vita e non
possiamo più giocare.
Volevi la mia felicità, Mirta,
fiore rarissimo l’amicizia
uomo donna. Eppure esisti
più di prima ora d’estate
anima di ragazza e di Dio.
*
Alessia al cinema
(Il posto della fragile)
Attimi di Alessia al cinema
fiorevole con Giovanni
nell’interanimarsi con lo schermo.
Calma di ragazza Alessia
nel fluire delle immagini
per gioco di quinta stagione
ai pensieri nell’agglutinarsi
della trama con quella del
suo film felice.
(Stasera fa l’amore all’Albergo
degli angeli).
L’adolescenza di Alessia
è una camera per due
calcinata con un poster
azzurro e un letto.
Pensa Alessia al prossimo
dono dell’amato.
Poi escono dal film per giungere
alla vita dietro l'angolo.
*
RAFFAELE PIAZZA------

domenica 29 agosto 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**) “Kabul 2021”
Il terrore è bloccato negli sguardi
ora che i talebani hanno il potere
di distruggere ogni illusione.
Nulla vale la storia per gli inganni
che ricamano gli orrori.
E’ la forza di un lampo fugace
fuori del tempo, lungo il bilico che frana
per l’umanità in atomi mortali.
Lo strazio rimbalza fra le madri
che allontanano i bimbi, lacerando
ogni dubbio offrono pianto,
in altri paralleli, senza più badare
alle sospensioni che la notte conduce.
A nulla vale la preghiera verso luci
nel mistero delle vene recise,
nell’orrore del mostro camicaze,
in lenta processione verso un altro asilo
inesorabile ed indeterminato.
Ha insegnato ben poco il secolo passato
se un atroce destino insiste nelle menti
bacate da ignoranza,
inseguendo inusitate ombre, invereconde polveri
sull’orlo avvizzito dei rifiuti,
e sempre più lontano dai diritti morali,
dove langue ogni tentativo di evasione.
Nelle stesse ore il mondo intero
ricade nelle spire dell’ignoto.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 28 agosto 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELA FAZIO


**Raffaela Fazio – Meccanica dei solidi--puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 85 - € 12,00
Meccanica dei solidi include uno scritto introduttivo di Paolo Ruffilli intitolato L’attraversamento del limite e al termine della sequenza delle poesie il brano di Giancarlo Pontiggia L’ago della bilancia.
Ogni componimento della raccolta presenta a fronte la traduzione in inglese.
La meccanica è una parte della fisica che studia il moto e l’equilibrio dei corpi e definire un volume di poesia Meccanica dei corpi è un fatto spiazzante per l’avvicinamento di fisica e letteratura e questo dimostra che in poesia tutto può essere detto e che qui i solidi hanno una valenza simbolica e metaforica nell’essere espressione, per una forma di spostamento semantico, presumibilmente anche delle emozioni e dei sentimenti che costituiscono quello che la poesia può veicolare in ogni lettore.
Come scrive Ruffilli mai titolo poteva essere più indovinato per questo libro nel dettaglio del particolare e nell’estensione simbolica della definizione. Non solo perché di meccanica dei solidi si sta parlando mentre avviene l’accadimento della prima poesia ma anche perché gli avvenimenti di tutti i testi della raccolta hanno a che fare con lo stesso processo.
Un primo elemento da prendere in considerazione nella poetica della Fazio espressa in questo libro è la forte dose di corporeità di fisicità nelle descrizioni che produce tramite immagini crude e talvolta violente che hanno il dono del turbamento: Per lui un quinto colpo/ Si schianta nella testa/ l’ultimo tratto di filo spinato. / E il carico scompare/.
Se in poesia tutto è presunto in questa raccolta domina una forma astratta nel dire le parole con urgenza nella loro rarefazione e compattezza attraverso maniere che sono sicuramente strutture anarchiche e che sforano l’alogico. Ed è presente incontrovertibilmente una venatura neo orfica che dà ai testi una forte impronta di magia e mistero.
Tutta la partita si gioca tra detto e non detto in un ipersegno che si realizza e che porta a quell’attraversamento del limite di cui parla Ruffilli. E se il limite stesso non è superato ma almeno attraversato questa è una cosa che può accedere solo in poesia perché la poesia stessa è sempre metafisica e raggiunge lo scopo raggiungendo l’indicibile.
C’è da mettere in luce che anche un tono assertivo epigrammatico con tonalità spesso gnomiche è presente nella raccolta che è veramente originale nel seguire Raffaela un personalissimo sperimentalismo. Domina un senso di onirismo purgatoriale in tutto il volume e vengono nominate situazioni estreme come nella descrizione di una persona che si lancia probabilmente nelle acque di un mare, di un fiume o di un lago per soccorrere un qualcuno che non riemerge.
Tutto è giocato in situazioni paradossali da nonsense non senza luci e ombre kafkiane o beckettiane e importante è la presenza di un tempo che non è quello lineare degli orologi e si avverte una forte atemporalità e vaghezza in quello che può essere considerato un esercizio di conoscenza.
*
RAFFAELE PIAZZA

giovedì 26 agosto 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = VELLISE PILOTTI


Vellise Pilotti: "Daccapo" - Ed. Biblioteca dei leoni - 2021- pagg. 72 - € 10,00
Nel vorticoso registro dell’incanto autobiografico le poesie si avvicendano in un continuo ininterrotto sussurro che dalla memoria giunge all’illusione, dal sogno giunge al contatto.
Il linguaggio poetico è una continua scoperta. Semplice, asciutto, scarno, efficace, essenziale, pulito, ma sempre suggestivo; poi materico, complesso, ornato, potente, puro, platonico, erotico, lucente, sonoro. Un delicato incanto che traspare nella carica sottesa dell’amore, affinchè della poesia nulla andasse perduto del vissuto e del non detto. Soprattutto incisiva la memoria, a volte minima trasparenza di accadimenti, a volte incisiva luminosità di contatti umani.. Un contatto vero, carnale, che è andato oltre i gesti e le parole. Un contatto con la natura irrequieta e affollata, sempre pronta a meraviglie. Vellise ha cercato di vedere le persone così come sono, con le loro debolezze e le loro grandezze e in mezzo ai mille nodi che la quotidianità intreccia, rintracciando con serenità il granello di purezza che la metafora riesce a ricamare. “Ho viaggiato/ per i campi/ dell’anima mia/ e quella che sono oggi/ ieri non ero./ Le risposte/ ci sono già/ ci vogliono le domande giuste.” Ha cercato i segnali che i germogli riescono a decifrare tra “ i colori/ che foggiano aquiloni/ che volano sempre più su/ nel cielo./ E’ tempo/ di togliere la maschera./ E’ tempo/ di scoprire le carte./ Il re di cuori/ vince.”
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = SILVIO RAFFO


**Silvio Raffo – Il giovane dolore---Puntoacapo – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 61 - € 12,00
Il giovane dolore è una raccolta di poesie che per la sua unitarietà tematica, contenutistica stilistica e semantica potrebbe essere considerata un poemetto e questo dato è avvalorato dal fatto che i componimenti del volume non sono scanditi in sezioni, elemento che ne accresce la fluidità.
Ai testi segue un’appendice che include i seguenti due scritti: la postfazione Scordato dal dolore di Silvio Aman, e la nota Il tenero fanciullo non vuole morire. Trionfo dell’ossimoro e non -sentimento del tempo ne Il giovane dolore di Silvio Raffo di Sacha Piersanti. Cifra essenziale della poetica di Raffo pare essere una vena intellettualistica e speculativa espressa in strutture che tendono all’anarchico e a volte quasi all’alogico con una forte componente neo orfica.
Il lettore s’imbatte in testi che trasmettono emozioni rarefatte e si tratta di componimenti che per essere compresi devono essere letti più di una volta con attenzione. Per entrare nel merito del messaggio che Silvio vuole lanciarci con questa silloge bisogna partire dal titolo il giovane dolore che è da interpretare. Pare essere un dolore universale, quello della condizione umana, ma come ha scritto Franco Battiato in un suo testo, la gioia e il dolore dell’esistere, il poeta lascia trapelare tra le righe che vi possono essere anche la felicità, la serenità e la gioia nella vita che non esisterebbero se non ci fosse lo stesso dolore, a partire da quello del neonato che viene al mondo piangendo. Infatti, nella poesia eponima, il dolore può anche sorridere e quindi si crea un gioco di specchi e di rimandi di significati, in un contesto speculativo.
Inevitabilmente per assonanza viene in mente il celebre romanzo epistolare I dolori del giovane Werther di Goethe che fu scritto dal poeta tedesco per sublimare una sua giovanile delusione amorosa.
Solo Goethe che era un forte visto che l’amore stesso è forte come la morte poteva arrivare ad una simile lucida soluzione: fare suicidare il personaggio proiezione di sé stesso nella finzione per farsene una ragione nella vita reale delle sue pene amorose. E la letteratura salva non solo nell’espressione poetica perché sempre nella suddetta poesia è detto Il mondo un paradiso sconosciuto e questo è un verso veramente ottimistico perché se nella concezione religiosa cristiana il mondo stesso è per antonomasia cattivo, può diventare poeticamente un nuovo Eden, forse utopisticamente, come era il biblico Eden prima del peccato originale. Anche un tono assertivo, epigrammatico e quasi gnomico caratterizza queste composizioni dalle quali scaturisce una forte dose d’ipersegno attraverso la loro densità e attraverso il tema del detto e non detto.
Non a caso in Quello che eri diretta ad un tu il poeta scrive nel distico della chiusa: Tu la tua vita, paradiso e inferno/ io stesso sogno effimero ed eterno.
Un esercizio di conoscenza nel quale nulla è concesso al neolirico e all’elegiaco giocato con una tastiera analogica vincente contro lo scacco che da la vita stessa.
RAFFAELE PIAZZA

lunedì 16 agosto 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANO LADOLFI


**Giuliano Ladolfi –La notte oscura di Maria--Puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 69 - € 12,00
La notte oscura di Maria presenta uno scritto introduttivo di Giulio Greco intitolato Il silenzio di Dio e una postfazione di Ivan Fedeli entrambi acuti sensibili e ben centrati.
Come scrive Greco il titolo del poemetto di Giuliano Ladolfi si riferisce al testo di San Giovanni della Croce Notte oscura, in cui il mistico descrive il momento della propria esistenza quando il buio prende il sopravvento sull’esperienza umana e religiosa. In questo lavoro l’autore immagina che in una simile fase sia entrata anche la Madre di Dio nella notte successiva alla crocifissione, morte e sepoltura di Gesù, in un dormiveglia durante il quale i pensieri s’intrecciano, si urtano e si affastellano e non giunge il sonno a concedere riposo e le domande assalgono l’anima angosciata senza possibilità di risposta.
La scrittura di Ladolfi è abbastanza chiara e veicolata da essa viene detta con urgenza la parola di Maria, il suo flusso di coscienza che si fa poesia sublime, affabulante e ricchissima di senso nella sua tensione narrativa nella quale non mancano accensioni e spegnimenti nel netto evadere dalla lingua standard. E la Vergine Maria, affranta prima della resurrezione, si rivolge a Dio Padre stesso proprio nella sua notte oscura come una creatura fragile e piena di paura e angoscia nel suo avere perso la speranza. Prima di essere Madre di Dio è una madre come tutte le altre che ha portato un figlio nel grembo, l’ha partorito, cresciuto e allevato e quindi rivela nella sua psicologia i tratti di una madre distrutta dal dolore perché presumibilmente non sa che il suo figlio il terzo giorno risorgerà.
Da notare che la fluidità dell’opera molto compatta e coesa nella sua essenza e nella sua stesura viene raggiunta consapevolmente dall’autore perché le poesie fluiscono come una melodia infinita, in lunga ed ininterrotta sequenza e questo avviene anche perché sono tutte prive di titolo. È affascinante il lavoro del Nostro nel suo calarsi empaticamente nell’anima di Maria e sa rendere al lettore il pensiero di una donna che sottende tutta la sua rabbia contro il male.
Cristo non ha ancora trionfato nella Resurrezione e Maria è in preda al massimo del dolore proprio per quella spada che le ha trafitto l’anima come era stato profetizzato. Maria rivolgendosi a Dio gli chiede se anche lei debba salire sulla croce e se lo stesso Dio è afflitto.
È il vangelo riscritto poeticamente quello di Giuliano e formalmente avviene un perfetto controllo nei versi debordanti e controllati nello stesso tempo armonici e densissimi.
Strutturalmente si tratta di un linguaggio intriso ovviamente innanzi tutto di misticismo e per l'umanità di Maria di cui si diceva il testo può essere appprezzato anche da un lettore non credente.
Un esercizio di conoscenza attraverso il monologo di Maria prima che il silenzio dell'interlocutore Dio finisca con il Verbo Incarnato nel suo risuscitare e dire "Pace a voi"!!
RAFFAELE PIAZZA

domenica 15 agosto 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Azzurri”
Trafiggemmo nel cielo alcuni azzurri
pastello,
ché non avevi spazi ad inseguire favole.
Era la storia che spezzava gli anni
tra le mie parole,
la paura di un flauto ferito
da quel dio insolito schermato fra i cespugli.
Nei solchi il tuo mantello , le unghie
del silenzio per ritorni d’amore,
nel gesto incaute occasioni.
Là dove c’erano glicini o soltanto
segni di una possibile scomparsa,
compaiono le orme delle nostre scansioni,
compaiono i giorni del giardino
che ripete il mio gesto.
Resta sospeso un capogiro
nel quaderno di un’ora.
Un filo tenue che ha soltanto un verso,
segnato come il codice che avvincerà il mio sonno,
scambia il tuo piede nel raro bisbiglio
delle armonie perdute.
In questa attesa il tempo ha meridiane
che deformano il viso .
*
ANTONIO SPAGNULO

venerdì 13 agosto 2021

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessia e il sentiero**
Sentiero di luce superficie
di prato azzurro nello
specchiare il cielo per ragazza
Alessia scalza nel giocare
alla California (nell’anima
dei baci e degli amplessi
le storie nel delta della
vita e delle cose per Alessia).
Nel sentiero naufragio
di gioia se Giovanni
la tocca con gli occhi
nella sorgiva stagione
dell’odore serale di mosto
e accanto è l’oasi del WWF.
Sentiero per continuare
e contare i verdi.
*
"Alessia e il 2022"
Calendario per Alessia
campito contro la tavola
del mare, sottesa Alessia
alla danza della vita
se prima erano prove
e più non è nuotando
esistere nell’abetaia
fantastica delle pareti
della cameretta – porto
dove farà l’amore con
Giovanni. E il 2022
entrerà in scena nei sentieri
dell’anima di 21 grammi
di Alessia ragazza
nel tendere alla finestra
del sole di agosto che
s'illumina.
*
Raffaele Piazza

lunedì 9 agosto 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Vagabondo”**
Trappola l’autunno con i boccioli che non potrai toccare!
Che tu possa ritornare è un assurdo, eppure io cerco ancora,
tra le pieghe che le coltri disegnano, le forme della tua carne.
Nel letto, che la morte ha concesso, il tuo nudo è di marmo rosato.
E il tempo sembra interrompere vibrazioni di luci
mentre l’immagine allunga a sbalzi timorosamente.
Nella dissolvenza dell’abbandono ho visto giungere il buio
ad occhi aperti, e resta l’improbabile vagabondaggio
fra le memorie, insieme con l’apprensione del sopravvivere,
vigile e insonne nel terribile frastuono del pensiero.
La divina follia è un festoso scattar dalla tomba
tra i colori dei vetri ed il filtrare dei fiori profumati,
più oltre si udiva il canto di un flauto solitario
lento nello staccare le note in attesa del segreto di un’ora tarda.
Avrei dovuto aspettare il riflesso di un raggio
Ma la fuga gioca con la punta delle scarpe.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 8 agosto 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO FERRANTE


**Antonio Ferrante, Non Rompermi… PandiLettere, Roma, 2021**
Antonio Ferrante ha spaziato dall’interpretazione alla regia fino alla scrittura. Ha interpretato ruoli in teatro, per la TV, per il cinema, ha recitato in spettacoli scritti e diretti da lui stesso. Inoltre ha pubblicato libri utili per chiunque voglia avvicinarsi alla professione dell’attore. Negli anni ha lavorato in teatro con Monicelli, Missiroli, Glejeses (in “Francesco e il Re” con Ugo Pagliaia, Paola Gassman e Philippe Leroy). Nel cinema è stato diretto tra gli altri da M. Risi, M.T. Giordana, M. Calopresti, Ridley Scott, E. Crialese. In televisione tra le tante fiction vanno segnalate quelle di grandissimo successo quali “Un posto al sole” e “ Don Matteo 3” . Ha pubblicato “Parlar chiaro non soltanto a teatro” (Manuale di dizione), “Laboratorio attore”, “Teoria e tecnica della recitazione da Luigi Riccoboni a Eleonora Duse” (con presentazione di Enrico Fiore), “Le cinque fasi dell’animazione” (Disegni di Michele Monetta). Naturalmente potrete trovare molte altre informazioni sul suo sito. www.antonio-ferrante.it.
Ed ora ecco apparire, come una specie di nuovo fiore del male, questo suo libro di poesie.
Un libro “scorretto”, fuori dai canoni della poesia che ti aspetti, un libro che è uno sberleffo, a volte persino uno schiaffo, al mondo della poesia e dell’arte in generale che si auto- considerano seri. Ferrante con questo libro, sanguigno e sincero, è come se ci facesse tornare indietro ai tempi delle atellane (non a caso Ferrante è soprattutto uomo di teatro), ai testi satirici, alle invettive dell’antichità. Ferrante con stile diretto, graffiante, spavaldo utilizza rime, assonanze, allitterazioni per prendere in giro chi si prende sul serio e d’altra parte lui stesso rivendica subito e apertamente di essere prima di tutto un artista e non un poeta.
Non sono un poeta di professione,
sono un artista, scrivo ciò che vedo
che è degno della mia attenzione.
Lancio in versi il mio debole grido.
Non badate alla forma, alla rima,
per me il concetto viene prima.
Leopardi mi sputerebbe in faccia,
non voglio che la mia voce taccia. (pag. 11)
Il progetto è dunque chiaro: prendere o lasciare. Ferrante, nel libro che la giovane e dinamica casa editrice PandiLettere diretta da Lara Di Carlo ora pubblica, esplicitamente vuole rifiutare ogni etichetta, intende respingere al mittente tutti i convenevoli ipocriti del mondo della cultura, della poesia e del teatro in particolare. Un mondo in cui tutti ufficialmente si vogliono bene, tutti sempre pronti a spellarsi le mani per applaudire il “collega” che in realtà s’invidia, si detesta. Un mondo in cui domina in realtà la concorrenza, il risentimento, in cui si sgomita mascherandosi con pacche sulle spalle e falsi sorrisi. Un mondo fatto di retorica, luoghi comuni, un mondo in cui dominano le conventicole, i favori e in cui specie oggi, si pensa di far carriera senza faticare, senza studiare. E Ferrante non ha paura di lanciare il suo sberleffo, ad esempio, ai presunti poeti ( e poi allargherà ai presunti presuntuosi attori) quando scrive la poesia “Per essere poeti bisogna avere tempo” (pag. 12) mettendo in gioco anche l’icona di Pierpaolo Pasolini:
Ore e ore di solitudine è il solo modo
Pier Paolo Anima Bella, amico degli ultimi
Fantasia accesa, per bruciare l’ipocrisia.
….
Vittima della tua sete di conoscenza
Tradito da tutti coloro che hai aiutato
Ingenuo Bambino salvatore del mondo.
….
Usato come un ricordo da incorniciare
Vessillo di un’Italia che verrà
Con italiani di future generazioni
Diversi di tutti i generi e condizione
In che cosa siete diversi se non celebrate
Ogni due novembre santo Pasolini.
Ferrante, da autentico iconoclasta, non teme di misurarsi con il mondo della cultura e lo fa col gusto e lo spirito del giullare che può permettersi di dire la verità ora con una risata, ora con il sarcasmo o l’ironia velata dell’esperienza. Ma sempre camminando sulla lama sottile della malinconia, come bene sanno gli attori di teatro.
Già perché questo libro ha naturalmente una spinta teatrale, anzi è l’universo del teatro che occupa, come ovvio, gran parte dei pensieri e dei versi di Ferrante. In primo luogo, i testi sono come dei monologhi, ora più brevi ora più articolati, che si rivolgono a volte direttamente a un pubblico immaginato presente o a personaggi mai indicati esplicitamente, ma solo allusivamente. E Ferrante rivendica questa sua posizione “privilegiata” di attore-artista-giullare, libero finalmente di dire quel che pensa sin dai primi versi: “Gli attori sono angeli venuti a maggio /Messaggeri d’amore per darci coraggio. /Sono un esercito laico di spiritualità, /lottano con le parole per la nostra libertà” (pag. 5). Il testo prosegue su questa linea sottolineando la diversità dell’attore-artista, diversità non di sostanza, ma di vedute, di posizione e soprattutto di spirito. E infatti conclude: “Non so quante cose sono vere/ in questa storia. / l’ho inventata per voi. / Non lo so /perché/ la verità/ per un attore /somiglia alla bugia./ So però/ che l’attore/ ha tanta fantasia” (pag. 8). E la fantasia è una delle protagoniste, da buon napoletano, del pensiero poetico di Ferrante.
Senza peli sulla lingua, come si addice alla commedia dell’arte, Ferrante scrive: “Io sono quello che porta il teatro,/sono il buffone dei vostri sollazzi, /ridendo e scherzando con la realtà/ vi rappresento la dura verità” (pag. 9). Così Ferrante prende di petto, nella poesia “Non rompermi …” che dà il titolo al libro, il mondo del teatro che non gli piace: “Fuori dal tempo sepolcri imbiancati/ voi siete tanti strumenti scordati/ sì voi componete sull’egoismo/ e sul vostro fottuto narcisismo”…” e se la prende con quelli che oggi pretendono di essere attori senza capire che “attore è possesso di corpo e voce/ di dedizione e sacrificio … Leggete male non cambiate tono /pontificate come un re sul trono … Amico bello hai mai dato il culo?/ Hai mai lavorato come un mulo?/ Il tuo talento può venir fuori/ se studi da che nasci a quando muori” (pag. 9 e 10).
Il contrasto tra l’autenticità e l’apparenza, tra verità e bugia è una delle chiavi dell’arte, di qualsiasi forma d’arte. Il conflitto, più o meno felice, tra rappresentazione e sostanza, tra forma e contenuto è la molla dialettica della cultura e Ferrante ne è consapevole data la sua storia e la sua esperienza artistica. E forse, con un pizzico di autocompiacimento comprensibile, difende il privilegio di poter-voler dire quel che pensa proprio perché conscio del contesto in cui vive e ha vissuto: Siamo fratelli figli del popolo…la gente onesta di questa nazione. Noi siamo quelli che con scrupolo … facciamo tutto con tanta passione, siamo abituati fin da bambini … a lavorare da mattina a sera …./ Oggi ci sono bulli in circolazione … ieri c’erano risse in ogni occasione.(pag. 13). Ci sono naturali spunti autobiografici o legati al proprio mestiere dunque: “Attore – regista- poi autore – amori vissuti, altri sublimati. Porte chiuse … le faremo sapere. Bocconi amari, provini truccati. Schiaffi in faccia per amor dell’arte” (pag. 13) e lo stesso accade nel testo “La recitazione” (pag. 15) dove egli si rivolge a un’allieva: “il comando comincia da te stesso/ l’anticamera del tuo successo”.
Fare l’attore mi ha dato tanta gioia interiore
Ma mi ha costretto a una vita solitaria.
Sono arrivato in porto sano e salvo
anche se ho perso i capelli, sono calvo.
…..
Fortunato son perché so
quel che dico e quel che faccio
e rido di chi m’ha detto : “pagliaccio”
(Il Pagliaccio, pag. 16)
Spirito ironico dunque, mescolato alla malinconia per una vita artistica fatta di fatiche e disagi, ma anche fortunata (un amico mi diceva che fare l’attore è sempre meglio che lavorare in miniera) e fatta di incontri, emozioni e di grandi consapevolezze. Perché questo filone dell’auto riflessione è l’altra linea di forza del libro. Una forma di auto riflessione che non resta però solo intimistica, ma che si apre a un sentimento più universale. Essere attore significa far parte di una storia, essere l’erede di un macrocosmo di esperienze concentrate in pochi attimi.
Per lui “il mondo è un palcoscenico” e Ferrante, con indubbia cognizione, attraversa quest’universo nel testo “Attore” (pag. 18) e ci regala un vivido e dolente ritratto della figura dell’attore che dapprima dice “Vivo d’arte dammi amore/ allieto la tua vita,/…” per poi proseguire dicendo “Già una volta fui giullare/ poi mi disser menestrello/… fui vassallo cavalier cortese dicitor/ giullare damerino, filosofo/ nel secolo dei lumi,/ nell’ottocento fui patriota/… “ e chiudere con “ ora son poeta Pierrot triste …/ tante maschere indossai …/ Ora più nessuno mi vuole, esco poco, sto in pensione/ son la storia dell’attore/ del teatro re e signore” (pag. 19). Questo è un bell’esempio di poesia-monologo attoriale che può ricordare mutatis mutandis certe performance di un Gigi Proietti, spirito dissacrante e ironico che ritroviamo anche nella poesia “Ho gli stessi pensieri” (pag. 20-21) dove Ferrante causticamente scrive: “Ho gli stessi pensieri di Ronconi/ di Bukowski Artaud Bene Stanisalvskij./ Ma non avendo delle sovvenzioni/ mi tocca corteggiare Barbareschi/ al Mercadante c’è il regista Andò./ Ma da indipendente e senza protezione/ fare un provino non mai ci andrò/ manco a Teatri Uniti con Martone / Destra e Sinistra presto si uniranno/ e avremo un gran teatro tutto l’anno”. Dicevamo della centralità della riflessione sulla figura dell’attore, “questi attori così fragili/ così fatui così inutili” (pag. 22), attori che spesso sono vittime del proprio narcisismo:
Caro Narciso
che studi a fare
se in televisione
non puoi andare,
butta alle ortiche
il tuo sapere,
fai uno spot
per Banca Intesa
così avrai maggior presa
e tante donne
per la tua contesa.
E per la par condicio di genere scrive nella poesia “Attrice”: ” --- ha fatto una carriera /Veloce!/ Ora è attrice, era già/ poetessa/ e on s’è neanche concessa!/ Aveva già conseguito/ il brevetto di /Domatrice” (pag. 24)
Ferrante è sempre però attento alle pause riflessive, intime, connesse a esperienze personali, talvolta anche velatamente liriche: “Uso la parola / per esercitare il mio mestiere./ Sono atti d’amore/ per continuare a vivere” (pag. 28), oppure quando scrive:
“solo la pietra non sente la mancanza/ non cerco più la gloria solo l’amore/ il suo che mi dà solo dolore” (pag. 30).
Così c’è spazio per versi d’amore come accade in “Mi manchi. (dedicata a un’attrice)” (pag. 42) oppure in “Poem of Anna “ (pag. 45), in “Amami” (pag. 47) ed in una serie di altre poesie in cui è più evidente una vena appunto più lirica. Poesie in cui Ferrante opera uno scambio sottile di maschere e personaggi ora alludendo a donne reali (come nel caso della poesia “L’ultimo amore” di pag. 51) ora confondendole con l’arte, il teatro stesso, la sua passione e vocazione principale: “Amo ciò che ami, ciò che tocchi, amo ciò che sogni,/ dove sei nata. /Destino è amarti lenire pena fati/ recitare tante storie portarti in scena. (Alla mia ultima Musa, pag. 50) E non manca l’inevitabile riferimento all’esperienza del coronavirus che ha chiuso la possibilità dell’incontro sociale: “Di questo passo col Coronavirus/ torna il detto Homo homini lupus” (pag. 31) e che ha aperto significative questioni sociali: “fantasma imprendibile mostra il volto/ se proprio vuoi colpire noi morali/ risparmia il popolo e tutti gli animali/ comincia dai più ricchi italiani/ e quelli nascosti nei Palazzi Vaticani” (pag. 33) Ferrante non rinuncia quindi alla invettiva, a prendere posizione contro ogni potere, in una visione anarchica della sua condizione di artista – attore – non poeta. Perché Ferrante rivendica il potere della fantasia “un cavallo che non puoi domare” e invita tutti a lasciarsi andare: “lasciati andare se vuoi creare/ Smettila di controllarti, di razionalizzare./ Fai affiorare i sentimenti./ Quelli nascosti sono i più importanti” (pag. 35) E questo è possibile nell’arte “che ti dà amore/ l’arte ti cambia la vita (pag. 39). L’ultima parte del libro ci regala quindi un Ferrante più meditativo, attento ai sussulti del cuore, alle emozioni senza però mai venir meno al suo spirito ribelle, errante. C’è sicuramente più malinconia nei suoi testi finali e quello con cui chiude il libro è altamente significativo del percorso personale e professionale, ma anche poetico, che l’autore ha voluto disegnare per noi. E con un colpo di teatro, attento a coinvolgere emotivamente il lettore-spettattore, egli scrive: Noi quelli di un tempo
non siamo più gli stessi.
Prima finì la guerra
poi le torri gemelle
ora la pandemia.
Avevo tre o quattro anni
poi più di sessanta
ora ne ho fatti ottanta.
Il Daimon definì
la mia vocazione
rima ora a professione.
Mi preparo a volare
cresco per invecchiare.
Nuda biografia
Resta la poesia.
(pag. 54)
Forse questa è la vera chiave del libro: una sofferta, rabbiosa riflessione sulla propria parabola artistica di attore che è tuttavia lo stesso arco della vita che l’autore ha attraversato. Ma Ferrante non si rassegna: non c’è mestizia, non c’è rinuncia. Ferrante è un combattente che guarda alla sostanza della cose. In questo libro, che è il suo primo libro di poesia, egli ci offre un sorprendente amalgama di teatro, rap e poesia. Un rap poetico che intreccia un impianto classicista, semplice e diretto con versi nostalgici e dissacranti. Non crediate , cari lettori, di trovare in questo libro versi perfetti, levigati dalle mode o dalle scuole poetiche in voga. Ma state certi che qui troverete le parole sincere di un uomo di spettacolo che si domanda:
… Siamo protagonisti del teatro
Della trama che componiamo
Quando la sala è vuota che facciamo?”
*
Stefano Vitale

sabato 7 agosto 2021

SEGNALAZINE VOLUMI = CARLA BARIFFI


**Carla Bariffi –Forma mentis---Puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 116 - € 14,00
Forma mentis, volume di poesie di Carla Bariffi, presenta una prefazione di Ivan Fedeli centrata, sensibile e acuta.
La raccolta non è scandita e anche per il fatto che tutte le poesie sono senza titolo può essere considerata un poemetto.
Poetica per certi aspetti definibile dei luoghi quella espressa dalla poetessa in questa silloge dal tono vagamente neolirico e anche le descrizioni naturalistiche giocano un ruolo importante. Scrittura avvertita e ben controllata quella della Bariffi e che ha un tono affabulante e sottende sempre implicitamente una forte presenza di non detto laddove i versi si aprono ad una forte dose d’ipersegno.
Da mettere in rilievo il ritmo sincopato dei versi stessi che sgorgano gli uni dagli altri producendo una notevole musicalità. Non manca una vena ironicamente intellettualistica e speculativa come nel componimento breve: - “Si celebrano le morti/ come fossero matrimoni/ - Un senso di magia naturalistica pervade le descrizioni armoniche, raffinate e ben cesellate. fiori e platea/ musica d’organo/ Il resto è scansione dell’io” Anche il tema del tempo è presente e la poetessa pare giocare su vari registri espressivi differenti tra loro e che vanno da quelli veramente chiari a quelli anarchici che sfiorano l’alogico e tutto pare essere sotteso ad una cifra distintiva elegante e i componimenti, che hanno qualcosa di esistenzialistico e sono per la maggior parte brevi. sembrano decollare sulla pagina per poi planare dolcemente nelle armoniche chiuse senza nessuno sforzo apparente. Generalmente le composizioni sono molto brevi e concentrate e hanno un tono epigrammatico e gnomico.
Leggerezza, icasticità, precisione, compattezza e luminosità sembrano connotate i componimenti della raccolta alla quale, per il suo carattere filosofico e intellettualistico, si adegua bene il titolo Forma mentis e la stessa forma della poesia è sempre ben controllata nel procedere del poiein.
E talvolta emerge la presenza di un tu del quale ogni riferimento resta taciuto al quale Carla si rivolge Delineare le tue labbra/sul ciglio serale bagnato… Prevalgono la sospensione e la visionarietà nei versi armonici, ben calibrati di quello che è un modo originale di fare poesia tutto mentale e nel quale tutto diviene esercizio di conoscenza come è confermato nei versi girano i pensieri liberi/ coriandoli di luce inesauribile. La mente intesa dalla poetessa è inserita nel cronotopo spazio-temporale ma pare anche essere inserita nell’atemporalità nella vaghezza delle atmosfere che si vengono a creare attraverso l’aggregarsi di unità minime sulla pagina che si fanno poesie, unità minime, sintagmi come mattoni di muri ben coesi o sinopie prima di divenire mosaici di notevole suggestione.
*
Raffaele Piazza

lunedì 2 agosto 2021

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


**Alessia verso settembre 2021**
Iridato paesaggio dell’anima
di Alessia in un rigo del pensiero
pari a linea-confine mare-cielo
mentre sottesa al sogno soave
nella segretezza fa l’amore
con Giovanni nel campo
di grano profano nello scorgere
settembre il più dolce dei mesi
e campita nell’azzurrità
una nuvola in più (Mirta
dall’oltrecielo). Piacere
di ragazza Alessia nel cercare
gli occhi e leggere che non
la lascerà nella storia infinita
della vita.
*
Raffaele Piazza

domenica 1 agosto 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = TERESA TROPIANO


**Teresa Tropiano – Vivere di mare (PlaceBook Publishing)- 2021 - pagg.92 - € 10,40
Teresa, stringendo una distesa d’acqua, chiede di un distacco al calare di una fonte d’energia primaria, non potendo andare oltre, stare dietro a essa.
Lei è capace d’identificarsi in ogni cosa e di fare l’esatto contrario, mentre un’invocazione straordinaria le perdura amorevolmente. La poetessa sussurra al lettore che solo le tenebre perseverano, distante dal chiasso terreno.
In effetti con la solarità non si è in grado di considerare qualsiasi lampo di genio, cosicché questa donna si riserva una volontà costituita dal mutamento climatico purché esso sia languido, ottimale.
La durevolezza degl’intendimenti sembra che la tradisca, all’istintivo ascolto di una saggezza bestiale, che si può naturalmente impigrire.
A dimostrazione che ci vuole proprio continuità e sacrificio al fine di mettere a nudo una confessione, attenendosi al celestiale smarrimento.
“… nel desiderio d'un sospiro
d’aria rinfrescata.”
“Mani tremanti
tessono trecce
di pensieri…”
“Caldo è il tramonto
nella valle dei sogni
ove solo l'idea
si fa spazio alla vita.”
L’armoniosità delle parole della Tropiano sembra assieparsi per amore, essendo soggetta al bene immateriale.
Teresa scrive, promettendo di proseguire sfidando le tendenze, disperandosi… perché alla fine ciò le servirà ad amare il senso profondo del reale. Alla fine del giorno, la immagini come una passione inaudita, paesaggisticamente dimorante, nel momento in cui l’ispirazione si unicizza, si libera a prova di respiro.
Sì, le amorose virtù commuovono, purché si compattino.
Leggi, ed è come se ti levi le scarpe per attraversare una superficie al naturale, che odora di luce buona.
“Dintorno
quella magia ovattata
nel religioso silenzio
di anime solitarie
che aleggiano nell'aria
come vecchi fantasmi
mentre un cane abbaia
e mi riporta all'amara realtà.”
Con l’offuscamento e l’ira che si alternano, la Tropiano avanza le proprie riflessioni in scioltezza e in espansione. Un’alcova, al fine di alimentare della quiete e meravigliare con ali di pensiero, la si richiede in presenza di astri ogni volta pulsanti, toccabili.
L’aria e le sue correnti si convertono in vita, come a non voler perdere di vista una Luna che s’impigrisce serenamente, in un volo delicato, da spiccare. L’emozione allora appartiene all’assoluta voglia di agire col cuore, mentre in cielo gli anni passano leggiadri, lasciando un segno a prova d’affetto.
Una passione centellinabile quella della poetessa, con l’istinto a illuminarsi, in dote alla vita.
“Accompagnerò
il tuo lento respiro
lungo la battigia
delle rive proibite
e seguirò
le tue orme segnate
nello sprofondar
dell'antico desio.
Guarderò la tua ombra
svanire,
e quando l'onda
cancellerà la traccia,
smetterò io allor
di sognare.”
La luce di un nuovo giorno, cessata la stagione calda, sembra dura da cogliere subito, vista la saggezza di Dio che serve per costituire l’immaterialità da incarnare.
Frizza in tono minuscolo un insieme d’emozioni che deve straripare comunque, anche s’è impossibile procedere sul velluto… l’importante è che la paura di non farcela non ci sovrasti! La felicità rimbomba in amore… non avrebbe senso ridimensionarla soddisfacendo così una sete di nonsoché!
“Semmai un reato esiste
è quello di non vivere.”
“E butta in fondo al mare
i tristi tuoi pensieri.”
Tecnicamente, la poetessa appartiene a dei profili che traccia con familiarità e imprendibilità, e ne giovano le visioni, colorate e ambientate con lirismo nostalgico, essenziale.
La rappresentatività, di carattere antropologico, è di una semplicità che va dritta al punto, per una superficie eternamente riflettente. Colpisce della Tropiano il sostenuto garbo nella ricerca cromatica… per parole che si dissetano a una fonte d’ispirazione delicata e credibile, dall’immediato, fiabesco approccio. I suoi moti dell’anima arrecano al lettore un’atmosfera che si respira, l’attraversamento esistenziale, con passi leggeri ma pieni di emozioni, per un esercizio igienico, di resettamento mentale. Su certezze e scelte, l’acquisizione cognitiva pare fulminea sempre e solo di conseguenza.
Lento e avvolgente si fa il movimento descrittivo, per occasioni da far scattare a un sentimentalismo di pura vertigine.
Il ron ron esistenziale Teresa lo precisa esigendo cose stabili, forti come solo le emozioni possono essere.
Il lettore affronta sguardi d’immagini costituite da parole lievi come il vento, evocative come un’opera d’arte. Sì, priva di morbosità, la penna della poetessa sa essere una carezza nella speranza soffusa.
La sua partecipazione emotiva, densamente etica, non dimostra articolazione di pensiero, le implicazioni risultano immaginabili nella forza simbolica di una poesia spesso e volentieri sul limite del sogno, dallo sfondo che incide, che invita a un senso d’immersione. Versi con vocaboli umili, che mostrano una forte empatia con gli elementi della natura.
*
VINCENZO CALO'

lunedì 26 luglio 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = IVAN FEDELI


**Ivan Fedeli – La buona educazione--Puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 131 - € 14.00
Ivan Fedeli (Monza 1964) insegna Lettere e si occupa di didattica della poesia. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Abiti comuni (Il Ponte Vecchio), Dialoghi a distanza nel volume Sette poeti del Premio Montale (Crocetti), Vie di fuga (Biblioteca di Ciminiera), Un mondo mancato (Il Foglio, finalista Premio Caput Gauri), Inventario della specie opaca (LietoColle, finalista Premio Sandro Penna e Teatro naturale (puntoacapo).
Gli sono stati assegnati il “Premio Montale”, il “Premio Luzi” per l’inedito, il Premio Gozzano” e il “Premio Vent’anni di Atelier”.
La buona educazione presenta una prefazione di Alberto Bertoni acuta, sensibile e ben centrata ed è scandito nelle sezioni La casa dai mattoni rossi e I peccati, parte che include un solo componimento lungo scritto in corsivo.
La prima composizione non a caso in corsivo ha un carattere programmatico perché in essa viene detta la casa rossa del titolo con i suoi balconi che salgono fino al cielo e il discorso è giocato sul tono della colloquialità e della quotidianità quando per esempio è detto che si sente la bambina del piano di sotto e si parla di previsioni atmosferiche e del Carnevale che deve venire, del padre che dorme, del buon voto a scuola e della madre che pensa che il figlio diventerà ingegnere. In un panorama poetico di tutti i tempi sotteso ad autori e autrici anche immensi che affrontano il tema del dolore ancora una volta Ivan Fedeli stupisce per il suo ottimismo per quella che è stata definita aria buona che si respira nei suoi libri di poesia di raccolta in raccolta con un senso nella fiducia generazionale che lo accomuna al Riccardi de Il profitto domestico.
Si può parlare di sinfonia domestica a proposito dell’armonia e della gioia che regnano nella casa stessa, prendendo a prestito per il riferimento il titolo del poema sinfonico di Richard Strauss ed è sorprendente nell’era dell’alienazione e della crisi della famiglia che Fedeli ci restituisca nella poesia suddetta, come in tutte le altre del libro. atmosfere che portano all’esaltazione dei valori veri tanto più che si vive adesso nel tempo della pandemia.
Tutti i testi sono di notevoli dimensioni e costituiti da una sola strofa, affabulanti e narrativi tutti ben risolti con notevole eleganza e si avverte il tema del correlativo oggettivo per esempio quando sono nominati i motorini di due marche per un anelito alla libertà come fossero cavalli per correre liberi come l’aria con giovanile fortezza e anche incoscienza.
E c’è lo scatto e lo scarto memoriale come quando vengono rievocate le poesie dei campionati del mondo di calcio del 1970 in Messico con le telecronache in diretta delle partite del mitico Pelé e non per la prima volta si ritrova una forma di religiosità e di misticismo del tutto immanenti nei testi di Fedeli, con la raffigurazione dello stesso fuoriclasse brasiliano che vola alto fino al cielo e nelle parole c’era un segno di Dio nella diretta in tele e altrove vengono nominati gli angeli.
E anche il tempo si dilata in giorni senza fine proprio per superare la stessa finitezza della vita umana.
Nella sezione I peccati viene affrontato con cognizione di causa il tema del male riferito al ricordo di un universo giovanile di verginità morale che potrebbe essere anche autobiografico perché non a caso sono detti come peccati per esempio i fumetti osceni in un’eterna adolescenza della parola.
*
Raffaele Piazza

sabato 24 luglio 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIAPIA CRISAFULLI


**Mariapia L. Crisafulli: “La vita là fuori” – Ed. Macabor 2021 – pagg. 96 - € 12,00
Misurandoci con quello che abbiamo di fronte quotidianamente riusciamo a realizzare il nostro pathos e a rappresentarlo, così come faremo con un semplice ritratto, tracciando linee colorate che vertiginosamente coinvolgono la realtà in qualcosa di più semplice e nello stesso tempo di particolare. La poesia ha un difficile ancoraggio nel congegno delle inquietudini esistenziali e non bisogna credere in un’arte amorfa se la vita risulta essere sottrazione di memorie, per quelle immagini che attorniano stati d’animo vari ed articolati: gioie, rimpianti, illusioni, speranze, pensieri, odio, amore.
La giovanissima Mariapia realizza un reportage impietoso mettendo gioiosamente in scena virtualità e spettacolo, eventi di cronaca e finitezze eroiche, contraddizioni effimere e meditazioni profonde, ipotetiche fonti di misticismo e chiavi interpretative del sub conscio. Una poesia che si propone densa e amalgamata, a volte proteiforme in un tragitto policromatico che cerca di giungere quasi sempre ad una levatura razionale.
Anche se diviso in cinque sezioni il volume si offre come un unico ininterrotto canto, che concede ai versi le più nascoste peripezie in armoniche misure, che a loro volta danno corpo a sentimenti plurimi e vitali. La conflittualità tra solitudine e sussurri, tra sogno ed inquietudine, tra eros e thanatos ha la sua proteiforme complessità, concedendo ai versi quella euritmica armonia necessaria per una verifica del simbolo. “Siamo radici che sotterrano/ rami/ Nelle viscere i frutti verranno/ dalle visceri saranno raccolti/ e ruttati-marciume alla linfa/ Ma un tempo anche noi/ sognavamo,/ persino dal folto delle trincee.” Una panica fusione per una eventuale quietudine esistenziale, dove il soggetto ispirativo si immerge nell’infinito e non riesce a trovare quella che potrebbe essere una soluzione.
Di particolare interesse è l’ultima sezione del testo, dal titolo “Sull’invenzione poetica”, nella quale l’autrice tesse una lucidissima interpretazione di come gestire l’atto poetico: “La facciamo complicata/ a predicare/ gli incastri di parole/ che ci scavano le dita/ ma cosa ne sappiamo/ noi,/ che la mattina usciamo/ dalla porta a mani vuote/ e bocche piene di disastri/ A svilire il vicinato?”
La sua poesia affronta gli argomenti che sanno di filosofia, di storia, di humanitas, di sconvolgimenti, di avventure ambientali, e vive la sua storia in un armonioso discorso di purificazione che non accenna mai ad un finale.
*
ANTONIO SPAGNULO