lunedì 27 dicembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** "Gradini"
Ho inseguito il silenzio del dubbio,
incerto ed annoiato per le ombre
che stringevano il fondo di un'insidia.
Ferma e sicura nelle tue lusinghe
adagiavi infiniti luccichii del gioco,
piccole cose nel cerchio di covoni d'oro.
Nessun divario nel centro che sfugge
ha il segreto che raggela ogni disegno.
Questa commedia pretende personaggi
al riparo dalle sapienti riga,
dove tutto è l'urlo del finito.
Sguardi interrotti e palpiti sapienti
hanno sette gradini per punirmi.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 26 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALFONSINA CATERINO


Alfonsina Caterino – "Il tempo non disperde"--Frequenze Poetiche –Napoli – 2021
La cifra fondante della poetica di Alfonsina Caterino è quella di una scrittura assolutamente antilirica e antielegiaca che trova la sua genesi e la sua essenza in strofe connotate da una forte dose di sperimentalismo del tutto personale che esce decisamente fuori dal coro dei gruppi e delle correnti.
Il poiein dell’autrice come primo dato ad un approccio del lettore si rivela del tutto alogico e in alcuni passi anarchico e le poesie sottendono per la loro fruizione un’intensa immersione dell’attento lettore in esse, un affondare nelle pagine per riemergerne affascinato dalla numinosa bellezza della sintesi tra contenuto e forma, che raggiunge esiti efficaci.
Ma se la forma stessa trova una sua classificazione, i contenuti sfuggono da definizioni e per arrivare a tale traguardo bisogna innanzitutto rifarsi al titolo della raccolta.
Il titolo del volume, Il tempo non disperde, potrebbe fare pensare ad una concezione del tempo stesso carica di ottimismo e questa constatazione generica potrebbe essere la chiave d’accesso, la chiave interpretativa per entrare nell’universo poetico dell’autrice.
Il tempo in sé stesso come categoria viene visto quasi sempre come connesso alla perdita all’infelicità, alla soglia del limite e alla morte. Si usa comunemente dire che il tempo è tiranno ed espressione della finitezza dell’essere umano e delle cose. Un tempo che non disperde, come quello messo in scena dalla Caterino, come si accennava, potrebbe fare pensare a qualcosa legata ad un benevolo cosmo e non al caso e all’entropia, un principio ordinatore che potrebbe essere utile nelle fasi della vita per archiviare nella mente le esperienze che divengono a loro volta poesia.
Il tempo è il filo rosso che lega i componimenti che si possono intendere come schegge luminose che si concretizzano nella pagina scritta connotati da accensioni e spegnimenti continui e tutto l’ordine del discorso si basa su questi meccanismi quando ogni parola si trova perfettamente incastonata in una trama e la parte nel tutto e la sinopia si fa mosaico creando con ogni singolo tassello emozioni in un’avventura creativa irripetibile.
Ovviamente è anche intellettualistica la poetica della Caterino e vengono alla luce elementi che fanno pensare ad uno sguardo profondo che proviene dalle profondità dell’inconscio per inverarsi nella scrittura. Coglie nel segno la densità metaforica e sinestesica dei versi e anche semantica e tutto pare sgorgare come un’acqua purissima da una fonte di acque che potrebbero essere definite anche battesimali se si individuasse una forma di misticismo immanente e naturalistico nei sintagmi di Alfonsina. Anche la natura che fa da sfondo a questa pratica poetica del tutto mentale fa da sfondo all’ordine del discorso di quello che per la sua unitarietà contenutistica, formale e strutturale potrebbe essere considerato un poemetto. Dal silenzio nasce la parola come la vita Silenzi aprono anticipatori circuiti/ denudano corpi e fitte, scrive l’autrice nel suo riuscitissimo esercizio di conoscenza tout-court.
*
RAFFAELE PIAZZA

mercoledì 22 dicembre 2021

POESIA = ENZA BERARDONE


*Oltre me stessa*
Non ho occhi e voce per te
che mi infliggi muti calvari,
non sprecherò il mio stupore
per fili d’ erba vibranti e
incattiviti amori,
contemplo inerme grammi
di nude esistenze,
cieli sporchi di tempeste di luce
e satelliti vaganti.
Si tuffa la vita nel vacuo destino,
nella repentina giovinezza,
precipito nell’attimo sbagliato,
transito in intonsi mondi paralleli,
nessun posto è più dolce, feroce,
ingannevole delle parole,
non cercatemi nelle mie,
sono infinitamente oltre me stessa.
**
"Preghiera"
Brancolo in un turbinio
di impercettibili uragani.
La vita non segue
alcuna segnaletica,
precipita nell’ignoto,
avanza impassibile
verso la fine.Sogno
una diversa lontananza,
occulto sensazioni
svuoto pesanti cuori.
Non c'è pace in questi
pensieri, il tempo
spoglia le mie nude ore,
disfa carne e sogni.
Ma tu cercami dove
l‘ orizzonte riposa,
nelle parole che non so dire,
nell’ansia del vento tra le mute case,
negli occhi di Dio, nei labirinti dell’ amore,
nei baci che non ti ho dato. Cercami
nel suono di una struggente preghiera.
*
"Sono il mio destino"
Non spreco più lune,
nascondo fiocchi di cielo
tra le dita, il cuore s’impunta
tace, divora immote dolcezze,
oscilla l’ inverno tra le nude chiome.
Sono vittima e carnefice,
solitario leccio, passaggio
di sconfinate nebbie.
Sono voce e luce che fugge,
oscuro suono e vento che sussulta.
Sono il mio destino: incomprensibile
e delirante preghiera.
*
( dal volume "Oltre me stessa" Ed. Graus 2021 )
ENZA BERARDONE

venerdì 17 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


*Antonio Spagnuolo: “Ricami dalla frane” Ed. Oedipus 2021 – pagg. 88- € 12,50-
Negli alati versi di questa nuova silloge poetica di Antonio Spagnuolo, “Ricami dalle frane”, Oèdipus, 2021, vengono perimetrate tutte le soggiacenze dello scenario inconscio di questo autorevole poeta. Il suo nuovo snodo poetico attiva una ribollente scrittura, ricca d’immagini, entro il pomerio di una trasversalità stratificata, che va al di là dei limiti imposti dal linguaggio ordinario, mettendo in relazione, attraverso un meccanismo associativo d’idee, le immagini che trova dentro di sé, inquiete e palpitanti, forti e dirompenti.
Nel Dizionario della letteratura italiana del Novecento, diretto da Alberto Asor Rosa, Einaudi, 1992, così viene definita la poesia di Antonio Spagnuolo:- L’adesione e un’idea psicoanalitica della poesia, intesa come affiorare di un elemento prelogico nell’esperienza mentale, comporta in Spagnuolo il rifiuto di una sintesi vincolante, sul piano del linguaggio come su quello del senso. È costante nella poesia di Spagnuolo la rappresentazione di nuclei tematici come la centralità dell’eros, la relazione eros/thanatos e libido/morte - cui risponde il ricorso a una terminologia clinico-psicologica, evidente soprattutto in Melania (sezione centrale di Candida, Guida, 1985)>>. In una prospettiva di eventi illuminanti, nella magica sintesi della poesia di Spagnuolo, l’inconscio nella sua propensione al “sezionamento sperimentale” della parola, che Mario Pomilio definirà “pre-logica”, dà vita ad un denso reperto di scenari psicologici che fanno da supporto alla débâcle esistenziale: "Altre incertezze d’attesa il mio sussurro/nelle ore che esplodono distratte,/immerso ancora nella solitudine di mura/che ripetono il preludio del sogno.// E ancora baci, delicatamente a sfiorare/il freddo della tua magia/ che modella di nuovo le dita all’illusione>>. (Catullo). La poesia>>, scrive Spagnuolo, in Eros e Thanatos tra Poesia e Realtà, con le sue radici vincolate spesso all’inconscio e al preconscio, pronta a manifestare le figure della creatività, resta vigorosamente una immagine della mente che nella sua espressione rimane pura. Ci sembra di abitare nell’anima come in una camera o in una foresta: ne attraversiamo gli spazi, ma misuriamo le dimensioni, fisiche e spirituali, ne ascoltiamo i rumori o le grida. Mai come in essa conosciamo l’ardire del nostro sapere: la tendenza a violare tutti i limiti del pensiero e del sentimento: l’unione della notte e della luce: l’amore dell’abisso, la fusione di ciò che è spirituale con ciò che è fisico, in metafore corpose, abitando in fallimenti o disastri che non ci abbandonano anche quando cerchiamo di evitarli, per proseguire verso la parola volontaria e consapevole, nella speranza di realizzare una sperimentazione del divenire tra le ambiguità dell’eros, illusi così di allontanare thanatos>>.
La realtà viene ipostatizzata e resa evanescente dalla dissolvenza delle icastiche immagini poetiche, nel “calcolo delle combinazioni” e nella proiezione dell’illimite: -Il mare ha onde clandestine, quasi un intreccio di parole raccolte nel respiro.// Tracce di un’illusione come l'occhio delle divinità che si nascondono nella spuma,/ pronte a ghermire il mio inconscio e stritolare l'ombra che trema fra le maniglie d'oro.// Le stagioni hanno le disarmonie per le assenze e non saprai distinguere il fondale>> (Onde). Appare chiaramente che l'antinomia fondamentale dell'Essere è consegnata all'esperienza della “perdita” e al fantasma voluttuoso della Poesia: - Ho lacerato la carne stringendo fra le labbra il non senso della mia illusione.// Quel voler procedere a memoria aspettando i riflessi sanguinanti avvolti nel canto/ inesauribile dei colori, del vero vuoto che vuole divenire verso.// […] Traccio la sembianza del tuo corpo al calore della nostalgia e riprendo i pensieri/ per quel che rimane di un sogno (Carne).
*
CARLO DI LIETO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


"Alessia in prove di danza"
Nella scuola di flamenco
in prove di danza per la vita
si allena ragazza Alessia
in sorgivo ondulare delle
braccia e delle gambe.
Modula Alessia delle membra
una sinfonia che viene bene
con le compagne allo specchio
per stasera lo spettacolo.
Entra nella palestra Giovanni
occhi negli occhi con Alessia
nel gioire del sorgivo movimento.
Trova Alessa la felicità
nel suo ragazzo anche
perché non la tradisce.
*
**"Alessia a Ischia"
Poi, in quel sembiante di Ischia Porto,
dove tutto accade nel verde, a ridestare
trame infinite della vita, vede venire
Giovanni dove sta l’albero
cavo in esatta gioia e trasale
nella selva dei pensieri a dipanarsi
in un giocare all’esistere, tra la rugiada
scesa dai sempreverdi ad angolo retto
con le tende nella mente, nel trasmigrare
in volontà di bellezza nel levigarsi al vento.
È il 1984, costeggia la127 una scia di strada
la vita nelle nuvole fiorite, a forma
di pesce o di giraffa
e ci sarà raccolto.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 15 dicembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** "Chimere"
Siamo quasi ubriachi di chimere
nel deformare gli inganni quotidiani.
Come tempeste improvvise
che rubano gli sguardi, diventano
imprevista sorpresa nella breccia
delle promesse.
In bilico tra la carne ed il pensiero
si perde l'illusione delle attese
e si spezza ogni certezza nel cercare
brevi riflessi di luce.
Zaffiro irrisolto ogni cellula,
rinsecchito gioiello.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 14 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = RITA FELERICO


**Rita Felerico : “Nudarsi” – Ed. Turisa – 2021 – pagg. 76- € 13,00
Volume dalle sorprese variegate. Leggi una poesia e te la ritrovi a fronte tradotta in portoghese, un’altra in inglese, e ancora altre in arabo, in spagnolo, in svedese, in francese, in tedesco, quasi a tratteggiare l’universalità del canto, che ogni pagina riesce a ricamare.
Così il ritmo che Rita Felerico incide nelle sue composizioni diviene necessità di segni luminosi, lampeggiando in versi istoriati ove le memorie, le esplosioni, i sentimenti, gli interrogativi sono qualcosa che diviene palpabile, morbidamente adagiata alla musica.
Nudarsi, spogliarsi pudicamente, con delicatezza e semplicità, senza remore per poter spiccare attenzione ai dettagli che il quotidiano ci propone, in una sinfonia inaspettata, tra scorrimenti e incursioni, inebriati “dall’odore del mare” o “dondolando tra le foglie dei rami”, “apparire e sparire / in contraddizione eterna/ di ombre, di luci” o giocare nel nascondimento alla paura, riascoltare qualche fiaba o “sbocciare lontano dai confini/ correre incontro alla luce dei tramonti”, librarsi in cerca di una nuova strada o “musicare d’incanto chi ama”.
Il “volteggiare nello spazio dell’esistere” è in queste liriche come il vagare vertiginosamente tra vicoli, griglie, chiese, anticaglie, ricchezze, gioielli e nell’intimità “rincorrere l’odore dei baci nelle pieghe del corpo” quando avvolge “di tempestoso mare il rito d’amore”. Sussurro di tepore tra le nostalgie e le illusioni anche nella ricerca di un amore che sembra non possedere un nome preciso.
Coerente e precisa la scrittura che rimanda al pieno delle emozioni ed è impreziosita dalle immagini di splendente forgia.
Arricchiscono il libro le fresche illustrazioni di Aldo Capasso, preziose nella loro incisività, ed i “pensieri” a firma di Estherbr Basile, Floriana Coppola, Paola Gatti, Mimmo Grasso, Wanda Marasco, Anna Marchitelli, Paolo Martino, Antonio Spagnuolo, Lucia Stefanelli Cervelli.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARCO RIGHI


**Marco Righi – "Scienza, Fede e Poesia"---Guido Miano Editore – Milano – 2021 – pag.95 - € 15,00
La raccolta di poesie di Marco Righi (Milano 1955), che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Enzo Concardi centrata, acuta e ricca di acribia.
Il testo è composito e ben strutturato architettonicamente ed è tripartito nelle sezioni Scienza, Fede e Poesia.
Una vena del tutto antilirica e antielegiaca connota i componimenti del Nostro che sono caratterizzati da chiarezza, narratività, precisione e luminosità con subitanee epifanie e accensioni.
Ambizioso e riuscito è l’intento dell’autore che fa dei tre temi considerati tre linee di codice che si sovrappongono e s’intersecano tra loro.
Sono categorie fondamentali i tre concetti messi in gioco ed è doveroso ricordare il saggio di Guitton Dio e la scienza che parte dall’assunto che l’universo e la natura, la materia animata e inanimata hanno una struttura così complessa, compiuta e articolata, non casuale, hanno una forma così esatta e meravigliosa tale da non potere essere sottesa al caso o all’entropia ma ad una forza ad un lavoro di quelli che gli antichi chiamavano demiurgo e i seguaci delle religioni monoteiste definiscono Dio.
Il poeta a volte si rivolge a sé stesso ripiegandosi sul suo ego come nel componimento Passionne situato nella prima scansione: - “E un’altra volta è notte/ e un’altra volta/ ti sembra di aver gettato la tua vita…/.” versi che esprimono un contenuto condivisibile dal lettore che può in molti casi identificarsi nell’io poetante anche se Mario Luzi ha scritto che la notte lava la mente. Nella sezione Fede incontriamo un continuo interrogarsi sul tema della Fede sia in senso personale, sia in senso collettivo. Da notare che in tutte e tre le parti il poeta si esprime con un tono speculativo e intellettualistico che sottende i versi nelle loro immagini che sono nello stesso tempo icastiche e leggere, veloci, precise e armonioso e si ravvisa sempre una base scientifica vista la professione di Righi, che lo porta ad affrontare armonicamente e con un’armonia matematica e geometrizzante il poiein e che è la cifra distintiva della notevole e originale raccolta.
Passa la vita, / passan le tue azioni/ resta la Fiducia/ in chi tu incontrerai e la persona dell’incontro potrebbe essere Dio stesso, un Dio immanente e trascendente nello stesso tempo.
Del resto il filo rosso della raccolta pare essere ravvisato in una stabile ricerca del senso della vita e delle cose e centrale è il tema dell’approccio dell’io – poetante alla realtà nelle tre dimensioni che il poeta esplora con sensibilità e intelligenza nel suo lanciare a chi legge il suo messaggio in bottiglia nel mare magnum della contemporaneità al tempo della pandemia e una poesia è dedicata proprio ad essa. In Il viaggio il poeta scrive: - “Ciascuno nasce/ aperto sulla vita/ l’animo cieco/ intriso di ignoranza// e viene al Fonte/ lavacro e Fiamma Viva/ occhi e orecchi/ schiude alla Parola// Si parte/ È il Viaggio/ il sol che all’Uomo importi/ che tutti gli altri/ in tondo fa girare//…” Per questo volume è precisamente adatta tout-court la definizione di esercizio di conoscenza un continuo ontologico interrogarsi sulla realtà visibile e invisibile e la poesia stessa diviene la mediatrice tra Scienza e Fede.
Da notare che il lavoro contiene dei disegni dell’autore che ben s’intonano alle poesie.
*
Raffaele Piazza

sabato 11 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUCIO ZANIBONI


**Lucio Zaniboni: “L’allegoria del vento” – Nemapress Edizioni – 2021 – pagg. 114 - € 15,00
Lampeggia la natura, “se negli occhi/ ancora si specchiasse il cielo”, come una policromatica pennellata da maestro che dei colori imbeve ogni sussulto.
Poesie dal ritmo incalzante che alternano lo stupore al racconto, l’illusione al sussurro, personaggi senza prospettive all’onda che spumeggia, i cardini del tempo al profumo della sera. In tutto il percorso lirico si incontra la presenza di sentimenti variegati e profondi, magari elaborati o attraversati dalla storia del quotidiano. Con discrezione la piccola avventura che affrontiamo tra le quattro mura diviene motivo di poesia, paziente, umile, accorta, ma impegnata nell’esistere e con lo sguardo sempre pronto a cogliere gli innumerevoli segnali che vengono dall’esterno.
“Le poesie di Zaniboni – scrive Neria De Giovanni in prefazione – rappresentano un viaggio a cui il poeta ci invita tra i valori più veri e intramontabili che l’umanità ha avuto in dono, in primis proprio il creato offerto dal suo Creatore non per essere violentato ma rispettato e goduto. Contestualmente alla meraviglia davanti alle bellezze della natura va un profondo spirito religioso inteso come l’espressione dell’intimo umano che si avvicina al mistero ultimo del perché della vita qui sulla terra.”
Molti sono i richiami per ogni aspetto che la civiltà rappresenta, per i momenti di svolta che un “volto di Giano” smuove come le vele, per il dolce-amaro respiro delle siepi, per lo stupore del fanciullo, per la banderuola che potrebbe indicarci anche una semplice missione, per i molteplici sentimenti che aprono tempeste e bonacce.
Dinamica vitale in questa poesia, in costante altalenare tra il mondo-cosmo-storia e l’io intrappolato alla metafora.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 8 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANDREA GRANZIERO


**Andrea Granziero : “D’amore e altro” – Ed. biblioteca dei leoni- 2021 – pagg. 104 - € 12,00
“Fragili versi” i suoi, li definisce i poeta stesso, proprio perché stesi pagina dopo pagina con brevissimi accenti, che però fanno del ritmo una saltellante ed incalzante vertiginosa policromia.
Tutte le poesie di questa raccolta sono brevi, quasi come se l’autore avesse voluto incidere degli aforismi, delle brevi frasi che riassumono un concetto specifico. In alcuni casi riassume un pensiero morale e filosofico con poche parole, indica momenti di illusioni ed incide frastagliate sensazioni morali che sospendono, incentra con stupore il logorio degli anni, canta in un accenno l’intreccio verde dei rami, percorre fantasie in abbracci variegati.
“Si tratta – scrive Luigi Crivellaro nella prefazione – come è evidente, di tematiche presenti quotidianamente nei notiziari, nei dibattiti televisivi, nella carta stampata, nei nostri stessi discorsi tra le mura di casa o di ufficio: la diversità, la dipendenza, la discriminazione, la violenza sulle donne, la pratica barbara dei genocidi.”
Appare evidente un’intenzione quasi morale nell’ambito del significante e nella strategia soave dell’amore, in formule e parole magiche che dell’amore fanno una sublimazione.
Dal confronto con la realtà nella esperienza di vita che ciascuno di noi riesce a ricamare l’Eros è sempre la voce del segreto, che nel silenzio allontana Thanatos.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 7 dicembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


"Indugio"
Inciso tra le lacrime il tuo nome
ritorna a tratti inaspettatamente.
L'illusione che gli angeli ti seguano
irrita la mia inquietudine
e non hai appiglio, tana del quotidiano,
o l'urgenza di un nuovo risveglio.
Sprovvista di scadenze che rinviano
a lampi di clamori
invocando il ticchettio da scudo,
fra incursioni colorate e fantasmi,
sei la fiamma diaspora fonte di dubbio.
Fasciamo le ferite immaginarie
nel morso di un indugio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 6 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUIGI PALAZZO


**Luigi Palazzo : “Bar Samarcanda” – Ed. transeuropa 2021 – pagg. 96 - € 15,00
Momenti di vicende quotidiane realizzate nel Bar Samarcanda in atmosfere colorate e con suggestive figure, il tutto per una scrittura che si è fatta a diversi piani intercorrenti, sia per la significazione che per la realtà che si palesa.
Luigi Palazzo gioca con le fantasie, cardine colorato di illuminazioni sempre vivaci e sferragliate, in un continuo rincorrere di allegorie, tratteggi, tenerezze benefiche, illusioni, motteggi, ombre e fotogrammi, “con occhiate di acetone ed acqua calda”.
La lettura incalza perché Federico “picchietta con le dita sul tavolino/ per non essere sopraffatto dall’attesa/ e dall’odore di carne alla brace”, mentre Uccio “ha il sorriso sdentato del tempo/ e il pensiero dei figli lontani”, ed Un uomo al bancone, “voce su voce/miseria chiama miseria/ menzogna cerca/ menzogna”, attende il suo bicchiere per la rivoluzione.
Con una tenacia assoluta si persegue una sorta di destino, o addirittura un segnale che trasformi poeticamente l’intreccio delle vicissitudini.
Per Luigi Palazzo circola senza freno la grande energia del verso, frantumato, ricucito, scandito, con quella semplicità di cultura allo stato brado e puro, che senza alcun dubbio è tenuta da luminosità genuina ed autentica.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 3 dicembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ELIO PECORA


**Bernardo Rossi : “Elio Pecora / La fedeltà di un poeta” – Ed. Macabor 2021 – pagg.64 - € 10,00-
Nella collana Noisette, di saggistica, edita dalla Macabor di Bonifacio Vincenzi, appare, in elegante veste tipografica ed in formato 18 x 11, il succoso saggio per Elio Pecora, redatto con acume e sorprendente vivacità da Bernardo Rossi, attento operatore dei Beni Culturali e già noto per precedenti stesure di approfondimenti critici.
Particolarmente interessante al giorno d’oggi, aperto indiscriminatamente ad una valanga di proposte poetiche, che troppo spesso non hanno alcun valore d’arte, indagare e tuffarsi nel complesso regesto di un autore, che ha fatto poesia da oltre cinquant’anni, con le capacità significative della ricerca e della scrittura alta.
Elio Pecora (1936) intreccia la sua opera ad una colorata misura del vivere, attraversando al meglio ed onestamente i limiti e le difficoltà che il registro creativo pone negli anni che diventano testimonianza storica e riflesso della intimità.
Il volume si sviluppa in un policromatico percorso con i capitoli: Introduzione, Biografia poetica, Fedeltà alla scrittura di Elio Pecora - la poetica, Le composizioni poetiche, con un appendice e ancora Bibliografia essenziale delle opere, Bibliografia essenziale della critica.
Lavoro attento quello di Bernardo Rossi, che affronta la produzione del poeta con un bagaglio culturale senza alcun dubbio ricco e appropriato. Ne risulta un percorso che possiamo dire univoco ed esaustivo, attraverso un’onesta perlustrazione della “parola” che distingue i valori primari del verso.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 25 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARIO FRESA


"Dizionario critico della poesia italiana"--1945 – 2020---Società Editrice Fiorentina – Firenze – 2021 – pag.213 - € 25,00 -a cura di Mario Fresa
Mario Fresa è uno dei poeti e critici italiani che si sono affermati, nonostante l'ancor giovane età (è nato nel 1973 a Salerno), nel panorama poetico del nostro Paese: tra i suoi successi riscontrati, oltre al riconoscimento di numerosi premi di poesia, spiccano la pubblicazione di testi poetici sulle principali riviste culturali degli ultimi decenni come “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, "Il Verri" e “L’almanacco dello Specchio” mondadoriano.
La poesia dal secondo dopoguerra in poi in Italia, come nel resto del mondo, continua ad essere vivissimo strumento di conoscenza per l’essere umano: uno straordinario strumento di indagine dello spirito, capace di condurre a una fusione catartica tra conscio e inconscio, fisico e psichico e che permette, inoltre, un riavvicinamento salutare (e salvifico) alla stessa natura, recuperando qualcosa che nella vita della nostra società, sempre più cibernetica e "tecnica", si è infine perso.
Prima di entrare nel merito di un commento all’importante opera critica curata da Maro Fresa e redatta dai maggiori poeti e critici dell’attuale panorama italiano brevemente accennerò a due fenomeni che alcuni intellettuali avevano pronosticato e che non si sono avverati.
In primo luogo non si è verificata, dopo la seconda guerra mondiale e l’Olocausto, l’afasia, la fine della poesia come credevano il filosofo Adorno e il poeta Paul Celan. Il desiderio di interrogare il mondo e il destino umano attraverso la scrittura poetica non è tramontato (e crediamo che mai tramonterà).
In secondo luogo, aggiungiamo per fortuna, non è avvenuta né la fine né il decadimento del libro cartaceo nell’epoca degli e-book, come molti pensavano che sarebbe successo agli albori del fenomeno internet. Il Dizionario dei poeti in questione è un volume che risulta utilissimo e stimolante per due categorie di lettori: i cultori della poesia (che sono essi stessi quasi sempre poeti) e i critici che troveranno nelle 250 schede su poeti e poetesse e sul loro fare poesia dal 1945 al 2020. Chi scrive ritiene inoltre che anche nei licei classici e nelle università questo volume dovrebbe essere accolto dai docenti anche se esiste ovviamente una barriera tra critica accademica e critica militante.
L’opera può essere considerata anche come un mezzo per il critico di poesia di qualsiasi tendenza sia per agguerrirsi attraverso il suo studio sul piano metodologico, sia per affinare i suoi strumenti di indagine e di studio.
Come scrive Fresa nella premessa, il testo è frutto dell collaborazione di oltre cinquanta redattori. Nell’assegnazione delle schede, scrive il critico, "si è cercato d’individuare le specifiche affinità e i particolari approfondimenti che i singoli collaboratori hanno sviluppato in riferimento alle voci analizzate: ciascun poeta è stato, dunque, accompagnato e presentato da un suo lettore ideale".
Un volume poderoso e nello stesso tempo raffinatissimo nelle valutazioni e nelle critiche ad ogni singolo autore o autrice, quando l’acribia diviene il comune denominatore del lavoro nella sua totalità.
*
Raffaele Piazza

POESIA = ASSUNTA CASTELLANO


** "Non chiamarmi amore"
Non chiamarmi amore,
chiamami col mio nome,
pronuncialo dolcemente
come se io fossi il pane che ti sazia,
come se io fossi l'aria che respiri
il vento che scompiglia i capelli
il calore del fuoco che ti scalda.
Guardami e non distrarti dal mio volto
segui tutti i contorni del mio viso..
la fronte
il naso
la bocca,ma non guardarmi gli occhi...
scopriresti tutto l'amore del mondo...
Ecco perché li abbasso!
Chiamami col mio nome
e solo allora io capirò chi sei
e quanta forza metti nel pronunciarlo
ed io ti chiamerò...AMORE!!
*
ASSUNTA CASTELLANO

venerdì 19 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = VINCENZO GUARRACINO


**Vincenzo Guarracino (a cura di) : “Il seme del piangere” Ed. Fermenti 2021 – pagg. 252 - € 25,00
Ponderosa antologia di poesie, in elegante e sobria veste editoriale, redatta da Vincenzo Guarracino con la sapienza ed il gusto di un saggista che ha al suo attivo un bagaglio culturale di ammirevole spessore. Il tentativo di raccogliere le pagine di un percorso che scandaglia il mistero delle lacrime è pienamente riuscito attraverso il ricamo dei testi presentati, che hanno la firma di autori esemplari, e che uno per uno hanno l’intervento critico interpretativo del curatore.
“Uno scandalo e un mistero, le lacrime: un dono e un sacrificio di sé, un segno intollerabile di fragilità, – scrive Guarracino in prefazione – espresso per via di un linguaggio liquido e silenzioso. Inscritte tra dolore e piacere nella storia del corpo e nel gioco asimmetrico dei sentimenti resistono ad ogni sapienza offrendo un’unica certezza, quella di offrire dell’io un’immagine scoperta, protesa a qualsivoglia interpretazione e disegno tale da dare agli altri il vantaggio di una soggettiva condizione di superiorità, in virtù di un sentimento come la compassione, un miracolo della natura e unica qualità e passione umana che non abbia nessunissima mescolanza di amor proprio, secondo il Leopardi di un giovanile passo dello Zibaldone”.
Gli autori presenti sono ben novantotto, da Giovanni Pascoli a Chiara Evangelista, da Sibilla Aleramo a Serena Rossi, da Corrado Govoni a Paride Mercurio, da Giuseppe Ungaretti a Franco Manzoni, da Eugenio Montale a Claudio Damiani, da Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sinisgalli a Alberto Toni, da Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini, Mario Luzi a Gabriella Colletti, da Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Edardo Sanguineti a Gianni Rescigno,ad Antonio de Marchi Gherini, per citarne soltanto alcuni.
La drammaticità degli anni ha il suo picchiettio melodioso in una sorta di vertiginosa sequenza di versi, come un velo policromatico che riesce a nascondere l’apparenza e l’effimero per esprimersi in un attraversamento ideologico, che si compone in trepidazioni incantevoli.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 7 novembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


*****OBLIO***
Anche l'oblio è stralcio di memoria
altro versante che cancella colori,
solitudini e canti misteriosi,
tra forme vaghe e luminose.
Tempo nella penombra lenta
somiglia a un labirinto incantato
dove il centro segreto ha echi e passioni.
Non saprò mai chi sono, allo specchio
recondito e fragile riflesso di un pericolo
che ostacola fantasmi.
Nell'azzardo impallidisce e tace
anche la storia in un saluto rapido,
accennato ad un rancore antico,
e si ferma se c'è un fiore di cardo.
Senza fare rumore, con la fermezza
che fu già la sua illusione, abbandono
mine vaganti.
ANTONIO SPAGNUOLO
*
"Olvido"
Aun el olvido es surco de memoria
el otro lado que borra colores
soledad y cantos misteriosos,
entre formas vagas y luminosas.
Tiempo en la penumbra lenta
semeja un laberinto encantado
donde el centro secreto tiene ecos y pasiones.
No sabré jamás quién soy, en el espejo
recóndito y frágil reflejo de un peligro
En el acaso empalidece y calla
aún la historia de un rápido saludo,
señalado en un antiguo rencor
y se detiene si hay una flor de cardo.
Sin hacer rumor, con la firmeza
que fue de su ilusión, abandono
minas vagantes.
*
Traduzione di Francesca Lo Bue

POESIA = FRANCESCA LO BUE


La Lo Bue legge in questo monologo, espresso in termini poetici il mito di Andromeda, traducendolo in un racconto che è di fatto l’esercizio di una singolare modalità di pensare. Infatti, la narrazione della storia mitica di Andromeda diventa lo spunto per esprimere la realtà contraddittoria del fenomeno umano, allorché è posto nelle condizioni limite dell’esistenza. Così la protagonista dell’evento mitico si trova sospesa tra l’abissalità della morte causata da un fato ineludibile e il grido della vita che non riesce ad emergere dal destino alle soglie del suo compimento. La disperazione sembra trionfare, la speranza appartiene in tal caso all’impossibile, ma l’inatteso evento liberatorio della salvezza e di una nuova vita, finisce per germogliare da una situazione che appariva conclusa. Questa realtà enigmatica dell’evento viene chiarificata dalla poetessa attraverso un’ermeneutica che fa uso di immagini in alcuni momenti buie e in altre luminose, chiarificate e soprattutto evidenziate dai colori e dagli effetti di un fuoco nascosto che esorcizza il pericolo della morte e oggettiva il grido trionfante della vita, aperta ad un domani migliore ma sicuramente imprevedibile. Tutto ciò, come di solito accade per la nostra interprete, viene realizzato dai registri dinamici di un linguaggio che valorizza gli effetti arcani del racconto.
** Aurelio Rizzacasa
"Andromeda" (monologo)
Qui sono,
in una roccia che dirupa nel lago ceruleo,
dove scendono il fardello dell’affanno e le catene del tempo.
Virgulti di afflizione e di esilio
arrivano dalla sabbia a ricevere bisacce di pena.
Nel petto ansimante trattengo la bellezza dell’ebano,
i nibbi delle rocce e il pavone di fuoco.
Le creste di fiamma bruciano i miei occhi che aspettano cibo e vento.
Dalla tana amara,
fra i chiodi del solo nuvoloso,
ascolto il crepitio di barche lontane e le campane dei corvi.
Urlo nella notte, nel mattino senza luna,
nella terra delle sabbie, le mie pupille guardano nel nulla.
In un giorno come tanti verrà la morte senza piedi.
C’è il mostro dalle orecchie di bue,
la lupa dagli occhi di fiamma.
C’è pitone che sogna veleni fra i pepli della notte,
quando le ninfe marciano in pena verso gli specchi della selva
e i cani che sbavazzano.
Colpisce e cade la morte con l’emblema del figlio errante,
in un’epifania di alberi allucinati,
fra memorie che tramontano ed alchimie sanguigne.
Qual è la tua casa?
La mia fu una via buia e scivolosa,
un marchio senza terra né la madre,
una rugiada salmastra che ferisce sbiadita.
Che doni porta la tua mano?
Vivere in una roccia infiammata,
in una ruota d’aria cerulea,
fra liane d’acciaio e linfe diroccate.
Contemplo il mio viso sotto lo zenit di parole miracolose.
È un pensiero di carne nelle notti nude,
parole e aspettative che scivolano in un rivolo di ghiaccio.
C’è amore da qualche parte?
Il notturno vagare cede all’urlo
e all’affermazione di un mare lontano,
quando abbaglia solitudine e disfacimento
tra grovigli di veleni e chiodi di sole.
Potrei ritrovarmi in un accenno,
in un desio di fiamma celato
nello stupore di un nome bianco.
Che suono è la patria?
Chi mi condurrà,
con quale mano,
al sentiero della pietra fulva,
dove il pungolo del fato s’attorciglia tra salici gelidi e rocce appuntite?
Fu o non fu un sogno il paese della nebbia?
La stizza dell’uomo fu briciolo di foglie o graffio di rose?
Taci, taci.
Irrompe il sangue della colpa.
Perché non ascolti i supplicanti?
I supplicanti per la vita che sfugge fra i capricci della natura?
Sono come erba calpestata dalla brina d’autunno.
Viene da me su un carro cigolante nella luce dell’affanno.
È voce di sale e acqua morta,
di colli e distanze.
È lampo di candela nel focolare della sera,
una visione che incrina nel raggio di sole,
balocco che scivola nel vento di tutti i giorni.
Apparve un genio nelle punte del meriggio,
carezza fuggente di visione e di aneliti erranti.
L’angelo arciere mi guarda nella pazienza del silenzio,
ammicca alla mia anima dalle sue ali di neve antica,
mi chiama da mura diroccate
quando si destano gli gnomi della notte.
L’istante nasconde il mio petto ansimante,
nel calice carminio del cuore
appare un isola per la voce dei morti,
per la voce dei vivi,
per la voce del sogno nel guizzo dell’aria.
Che portano le tortore assonnate?
Il risveglio cos’è,
cos’è una terra di morte?
Purpurea aurora perpetuamente sparita.
Ero viva nel saluto dei navigli,
viva nell’incanto dell’aria,
viva nella pena delle mie dita anelanti e nel grido esultante.
Il mio nome è la mia giustizia in una terra di nessuno,
in un passato che non è,
in un oltre che non c’è.
Sei la lontananza di me,
tutti i suoni della mia voce,
il bagliore dei miei occhi,
la forza della mia carne ferita di passione e di bellezza.
Nella montagna azzurra appare il castello di mio padre,
mi chiamano editti di perdono e pazienza,
Sorge l’isola, la patria trascinata dalle nereidi dagli occhi cupi,
dalle reti dei pescatori di perle.
E poi vennero le barche con meduse, schiavi e scrigni
E non fu il miracolo delle alghe d’oro.
Nei riverberi delle sabbie della spuma
Sussulta la nostalgia,
trema la gelosia,
e la Moira accovacciata nelle pieghe della mia veste
rincorre i cammini delle peripezie.
Si schiudono le rose e la nuda gioventù.
*
Francesca Lo Bue

venerdì 5 novembre 2021

PERIODICO = LE MUSE


**Le Muse---Bimestrale per il mondo dell’arte e della cultura – Anno XXI – settembre-ottobre - 2021
Le Muse è una rivista d’arte e cultura fondata da Paolo Borruto e Maria Teresa Liuzzo ventuno anni fa e quindi può considerarsi storica nel nostro panorama letterario, scenario nel quale molte riviste di questo genere terminano il loro iter dopo poco o pochissimo tempo dai loro inizi. Le Muse è organo ufficiale dell’Ass.ne Lirico – Drammatica Arte e Cultura Pasquale Benindende.
Maria Teresa Liuzzo ricopre i ruoli di Editore, Direttore Responsabile e Direttore Pubbliche Relazioni.
I vicedirettori sono Davide Borruto e Stefano Mangione e lo stesso Borruto è Direttore della Redazione e gestisce i rapporti con gli Istituti Culturali.
Molto nutrito il Comitato Letterario di Redazione del quale ha fatto parte la figura di spicco di Giorgio Bàrberi Squarotti. Le Muse annovera Corrispondenti Esteri in Romania, Spagna, U.S.A. e Argentina. La Direzione e l’Amministrazione di Le Muse sono a Ravagnese di Reggio Calabria e tra le riviste artistiche cartacee del Meridione, quella che prendiamo in considerazione in questa sede può considerarsi una delle più serie ed eclettiche. Ricchissimo il sommario che presenta l’Editoriale di Davide Borruto sul tema della pandemia da Covid- 19 che dura quasi da due anni con il mondo intero che continua a fare i conti con l’irriducibile virus. Seguono parti dedicate a poesie di poeti dei quali spesso sono inserite le fotografie e molto interessante è l’OSSERVATORIO INTERNAZIONALE con lo scritto Un fenomeno particolare. La visione poetica di Mauro De Castelli. Il personaggio del mese è Jennifer Gerbi scrittrice e make-up artist a cura di Chiara Ortuso. Il compito che la Gerbi si prefigge di realizzare è quello d’intraprendere un cammino di crescita e formazione personale che traspare dalla sua opera, valorizzando le potenzialità di cui ciascun individuo, in quanto appartenente all’umano dispone di sé stesso. Arricchire la propria anima, ciò che va sotto il nome di spirito, con esperienze positive che abbiano come approdo concreto la prossimità con il volto dell’altro. Nel bimestrale s’incontrano saggi e recensioni di qualità e una Rubrica è dedicata a L’esercizio della satira attraverso la metrica della filastrocca a cura di Maria Teresa Liuzzo. Da segnalare in una rubrica lo scritto L’arte premia Raffaele Siciliano – scultore a cura di Antonella di Siena. Una lettura impegnata, un caleidoscopio di articoli e testi poetici connotati dal comune denominatore della qualità a dimostrazione che ancora una volta scommettere sulla poesia e l’arte in generale con espressioni cartacee si rivela una scelta vincente per i valori dell’essere che sono ancora in piedi in un mondo dominato dalla mentalità dell’avere. Un’immersione tout-court nella bellezza e nella cultura che superano di gran lunga la mentalità del mero apparire.
Raffaele Piazza

giovedì 4 novembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO


**Giuseppe Iuliano :”La mia cantorìa” (a solo barocco) – Ed. Delta 3 – 2021 – pagg. 16 - € 2,50 -
Un policromatico viaggio tra memorie e rimpianti, tra illusioni e stralci di vampate, tra proposte e lacerazioni questo poema tutto dedicato all’ Irpinia “deserta, fragile, ossificata”, delicatamente raccontata con versi che hanno capacità culturali di notevole impegno.
“Qui lo strumento solista è l’io poetico o lirico – scrive Paolo Ruffilli in prefazione – che, nello svolgimento dell’orchestrazione, si misura con la serie dei riferimenti/referenti fondamentali del suo mondo e della sua vita. Non per niente il preludio del poemetto si fonda nella sostanza della terra d’origine in una sorta di profonda congiunzione, vero e proprio altare, rispetto al quale inevitabile appare la fuga del distacco…” Giuseppe Iuliano “canta” avvinto com’è dalla realtà drammatica che vertiginosamente aggancia il quotidiano mentre “scontenta sfibrata la terra/ spreme grumi rancidi di vene e fiele”.
La sorte ha cadenze di sagre, di feste paesane, di riti religiosi mentre la storia bilancia a suo piacimento equilibri che potrebbero anche fare paura.
Poesie che si inseguono con ritmo incalzante nella luce smerigliata di un io poetante capace di raccontare in una sfida musicale corposa.
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 3 novembre 2021

POESIA = LIDIA POPOLANO


"artifizi di luce sull’acqua"
Abbiamo orrore della perfezione, noi
di quella perfezione che prevede
l’uso del decoro, della leziosità
del tempo giusto di cottura
del rito spento
Abbiamo il senso del vuoto
dell’orlo dello spazio
del pieno che è illusione
saltelliamo da un quasi all’altro
riempiendoli d’amore non richiesto
ché non abbiano ad accorgersi
che siamo in attesa di alcunché.
Abbiamo orrore dell’attesa, noi
lo sappiamo che il tempo
dell’attesa si fa beffe
delle nostre speranze più pure
l’innocenza non può essere simulata
ma può essere coltivata
come un fiore raro in bocca all’assassino
o come una spada conficcata
tra le labbra più pure di un passante.
Tu sai giocare con il tempo
quando si insinua tra le tue membra
obbligandoti a rimanere in piedi
le mani a coppa intorno al viso
sopraffatto dal dolore della vita
- vedi nulla sorella Anna? -
gridavi…
ma non resterai a lungo in piedi
non ti dirigerai velocemente all’orizzonte
passerai con passo distratto, semmai
preso dal chiocciolìo delle folle
il capo voltato e un sorriso bambino
che splende dal tuo amato corpo
obliquo
*
LIDIA POPOLANO
Premio Ossi di seppia 2021 - Comune di Taggia.

martedì 2 novembre 2021

sabato 30 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA


**Edith Dzieduszycka – Alghe e fanghiglia--Genesi Editrice – Torino – 2021 – pag. 153 - € 15,00
Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici. Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, fotografia, una raccolta di racconti e un romanzo.
"Alghe e fanghiglia" accoglie una presentazione di Plinio Perilli acuta e ricca di acribia che può essere considerata un saggio preciso e ben centrato.
Il volume composito e ben strutturato architettonicamente è scandito nelle seguenti sezioni: L’affiorare, L’infanzia, La nuova vita, L’ego e Le somme.
Scrittura del tutto antilirica e antielegiaca quella di Edith che ha come cifra distintiva la sospensione nella quale s’innesta la visionarietà commista al dono del turbamento che attraverso la parola assertiva raffinata e ben cesellata viene superato attraverso parole precise che creano il poiein scaltrito e intelligente che produce una magistrale magia.
L’io –poetante è sempre molto autocentrato e sembra fluttuare in atmosfere di onirismo purgatoriale e di reverie nelle quali si ritrova il senso dell’ordine del discorso sempre teso verso un’armonia irraggiungibile, verso un limite che rasenta l’infinito che resta imprendibile. Poetica intellettualistica quella messa in scena con efficacia che sottende una forte ricerca del senso della vita che sgorga dal quotidiano come dato di partenza e sembra di vederla la poetessa nella sua casa come spazio salvifico tra TV e internet nel suo interrogarsi sul senso della vita. E si percepisce fortemente il senso del tempo che non vuole essere quello degli orologi che va stretto, ma quello dell’attimo heidegeriano dove ci si ferma per trovare la salvezza nel nostro essere sotto specie umana.
Anarchica fino a sfiorare l’alogico la vena poetica di questa autrice e pare che per il tipo di approccio alla parola ogni sezione del testo possa essere considerata come un poemetto autonomo.
Tutto parte da una percezione sensoriale della realtà se niente è nell’intelletto che prima passi attraverso i sensi e viene detta la parola stessa ipostatizzata nel suo riflettere e ripiegarsi su sé stessa.
Un’aurea surreale pervade questa scrittura che sottende un’ansia dell’io-poetante che dopo avere raggiunto il fondo della realtà su di esso si specchia per poi riaffiorare nell’universo della coscienza lucidissima nel suo percepire dopo il viaggio nell’inconscio controllato. Tuttavia nella sezione L’infanzia ritroviamo un andamento narrativo e più discorsivo e il comune denominatore tra le parti è quello dell’eleganza formale e stilistica che si coniuga a densità metaforica, sinestesica e semantica nel determinarsi di sezione in sezione sempre di un incontrovertibile fascino della parola detta sempre con urgenza che diviene valore fondante.
Un esercizio di conoscenza tout-court attraverso un’intelligenza che produce metafore vincenti quando le lenti colorate per lo sguardo trasfigurano, deformano e plasmano la realtà.
*
Raffaele Piazza

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


** “Labirinto”
Fuori dal labirinto le dita stringono
l’inseparabile livido della solitudine:
armonia che stacca il vento sui nodi,
segno che incrocia conchiglie di luci
e inverte raggi in un groviglio di lampi.
Inconsapevole, censura il tempo ogni sogno,
la nota che strappa dalle mani
sorte dei fuochi.
Questa eterna apparenza è un filo di spine
che dischiude da una ignota passione
ombre spettrali.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 29 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAURO IMBIMBO


**Mauro Imbimbo : “Valori bollati” – Ed. La Bussola – 2021 – pagg. 92 - € 10,00
Il saltellare dei versi, sempre brevi e birichini, tra rime e acrobazie, tra allitterazioni ed assonanze, ci trasporta in un lungo parlottare che sembra giocare con la dignità degli umori e la irrisione della filosofia.
La risonanza è accattivante per quelle occasioni del ritmo che tratteggiano una poesia particolarmente armoniosa, ricca di impennate e di riduzioni che colorano la satira e l’ardito segno della caricatura.
Imbimbo affonda con agilità tra le onde del sorriso per riemergere con espansioni inventive e ricamare esplosioni che hanno il magma di un’ottima preparazione culturale.
“I testi di Imbimbo – scrive Francesco Muzzioli in prefazione – dimostrano che i classici avevano ragione, che castigare ridendo è molto più efficace di una predica in nome della morale. E il discorso dell’irrisione tocca non solo i governanti e i gestori del potere, non solo le comunicazioni di massa, ma riguarda la stessa poesia.”
Raffinato frutto di un percorso esistenziale, che attraverso la sorpresa e l’illusione incide nelle sospensioni della vita quotidiana, tra immaginazione e riflessione, stupori ed evocazioni.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 16 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


**Antonio Spagnuolo – "Ricami dalle frane" - Ed.Oèdipus – 2021 – pag.88 - € 12,50
Antonio Spagnuolo è nato nel 1931 a Napoli dove vive. Poeta e saggista, è specialista in chirurgia vascolare presso l’Università Federico II di Napoli. Redattore negli anni 1957 – 1959 della rivista “Realtà”, diretta da Lionello Fiumi e Aldo Capasso, ha fondato e diretto negli anni 1959 – 1961 il mensile di lettere e arti “Prospettive letterarie”. Condirettore della rivista “Iride”, fondatore e condirettore della rassegna “Prospettive culturali”, ha fatto parte della redazione del periodico “Oltranza” Ha pubblicato numerosissime raccolte di poesia, per le quali ha riportato molti prestigiosi premi, e varie opere in prosa. Ha curato diverse antologie ed è presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali. Collabora a periodici e riviste di varia cultura. Attualmente dirige la collana “Le parole della Sybilla” per Kairòs editore e la rassegna “poetrydream” in internet. Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo. Della sua poesia hanno scritto numerosi autori tra i quali A. Asor Rosa nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento” e nella “Letteratura italiana” (Einaudi).
"Ricami dalle frane" è una raccolta di poesie che, per il fatto di non essere scandita, oltre che per l’unitarietà stilistica, semantica e contenutistica che la caratterizza potrebbe essere considerata un poemetto.
Il volume è in continuum con quelli della recente copiosissima produzione di Spagnuolo connotata da una chiarezza maggiore rispetto a quella del primo Spagnuolo, che si esprimeva attraverso una scrittura veramente alogica, precipitato di un inconscio controllato che s’inverava nei versi in un preconscio impervio alla comprensione facile e immediata con altissimi risultati attraverso una notevolissima densità metaforica e sinestesica che era il veicolo di emozioni forti nel lettore, calamitato dai versi.
In questa nuova fase, nonostante la complessità della versificazione, frutto di un’officina scaltrita e intelligente del poeta, il poeta stesso si apre ad una certa forma di chiarezza e si è parlato come oggetto della sua poetica di un’archeologia dei sentimenti forti che il poeta prova, prima tra tutti quello per l’amore per Elena sua compagna di vita.
Se la poesia come affermava Goethe è sempre d’occasione anche per questi Ricami c’è un dato biografico che li sottende: la morte della moglie del poeta che ha aperto in lui una ferita che è un baratro.
Splendido e senza traccia di autocompiacimenti è l’aprirsi di Antonio alla persona amata in assenza che tramite la magia della poesia rivive come indimenticabile interlocutrice alla quale il nostro lancia i suoi messaggi in bottiglia nell’oceano di una vita così che la ferita si rimargina e l’amata si fa viva presenza.
L’esperienza di Spagnuolo nel tendere ad una persona che se ne è andata ma non è mai stata rimossa nella sua mente può essere paragonata sicuramente a quella dell’Ungaretti del Dolore nel suo rivolgersi al figlio defunto e a quella di Montale di Xenia nel suo rivolgersi anche lui alla defunta moglie Drusilla.
L’icasticità immensa, la forza espressiva pare essere la nota stabile e dominante di queste composizioni frutto di un lavoro di cesello che viene fuori in forme raffinatissime nella dizione magistrale del poeta che intriga e affascina il lettore nel dimostrare ancora una volta la portata e la missione della scrittura poetica in versi ai massimi livelli come in questo caso quando il Nostro rimbaudianamente diviene un veggente.
*
Raffaele Piazza

venerdì 15 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO GRIMALDI


**Fabio Grimaldi : “Ardore di vita” (Francesco d’Assisi) – Ed. La vita felice – 2021 – pagg. 56 - € 12,00 –
Un poemetto, una lunga preghiera, una narrazione accaldata, una rivisitazione accurata, un soliloquio inciso nella memoria, una originale provocazione religiosa, un’autentica evanescenza di illusioni, questo ed altro ancora incontriamo nelle pagine che Fabio Grimaldi offre alla poesia, trasformando la pigrizia della nebbia in una lussuriosa cortina che avvolge la figura del Santo di Assisi.
Passo dopo passo l’avventura di San Francesco si ricama nelle tre sezioni del libro “Monologo sulla giovinezza”, “Monologo sulla rivelazione”, “Lodi al Signore”. Gioventù, maturità, morte di un uomo che ha voluto ed ha saputo realizzare un tracciato di vita capace di sconvolgere il pensiero religioso.
“Cinguettavo con gli uccelli,/ nei campi beccavo con loro i chicchi di grano,/ saltellavo su ciottoli per bere ai ruscelli,/ mi riparavo dal freddo tra i rami più frondosi,/ dormivo accovacciato nei nidi,/ volavo lodando i doni e lo splendore del creato.” E’ Francesco che parla nel ritmo incalzante dei versi raccontando con estrema delicatezza la sua identificazione con la scrittura evangelica. La capacità di inseguire la verità, che si propone in tutto il tragitto terreno del Santo, si manifesta nella scrittura di Fabio Grimaldi con quel nutrimento culturale che distingue la elegante e sublime musica della poesia alta.
ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 8 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA


*Carla Malerba : “Poesie future” – Ed. Puntoacapo 2020 – pagg. 60 - € 12,00
L’inquietudine che a volte si manifesta nei versi che rincorrono illusioni e incertezze, memorie e ripensamenti, abbandoni quotidiani ed emozioni serrate, è l’armonia capace di coinvolgere il lettore per un rapido rincorrere emozioni e trasalimenti.
Trasparenza nel senso dello svelamento di tensioni, che tendono verso l’assoluto con la parola poetica, tentando di condurre ad una dimensione sovratemporale, non senza il bagno necessario per il divenire della realtà.
Le quattro sezioni che compongono il volume “Straniamenti”, “Dove nulla si perde”, “Se vuoi ti cerco”, “Ritorni”, sono melodicamente fuse per quella tenace e garbata asciuttezza del verso breve, che rende il canto di una concretezza materialistica nel disegno del simbolo.
“A volte prende forte/ di pensieri/ una strana mescolanza./ Ti rammenti/ la terra natale?/ Anche se non era la tua terra/ l’hai amata come tale,/ e se non era il tuo/ il suo idioma,/ lo sentivi familiare./ E sempre/ ti segue forte/ una solitudine amara,/ un doloroso straniamento.”
Parola rivelatrice di solitudine, nella quale l’estraniazione dilaga per respingimenti ed esclusioni, nella melodia che cerca di disperdere la giornata tra possibili bagliori. E nei bagliori la poesia di Carla Malerba va incontro alla espressione pura e decantata.
Le immagini si ricamano in un contesto che riesce a cogliere l’attimo fuggente, senza vacillare, ma capace di trascinare il ritmo in ogni pagine, e che si nutre, nella capacità culturale della poetessa, di formule relative e nel senso elevato tra lo sconvolgimento ed il mistero.
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = EDOARDO PENONCINI


"Luglio"
la pelle brunita, temprata,
si è dorata e luccica, lisciata,
al sole bruciante
che invelenisce l’acqua
e la terra intorno;
sono passati i germogli
il giallo degli argini è rinverdito
i coltivi puntano veloci alla fine
e saranno presto stoppie annerite
nelle bianche ore di luglio
che tutto fermano.
Un tratto d’ombra sulla strada
è rifugio nel deserto
che inoltra la notte.
*
"Alba di lago"
Una striscia pervinca stria l’ubbia
del cielo contro il Baldo addormentato;
un viottolo pencola verso il lago
dove due anitre schizzano bassi voli
e famiglie di pesci sguizzano
sotto la carena delle barche.
Un nuovo giorno resterà sulle spalle
con gli impermeabili addosso
o la protesta dei gridi policromi
che sfogliano il sicomoro
vincerà la pioggia incombente?
*
"Direzione obbligatoria"
Non so cosa affermi il codice genetico;
è risaputo da sempre per ogni genetliaco
lo sconto è una sottrazione in addenda,
è un dividendo imperfetto
di quanto è caduto in difetto,
è un embrice che sgocciola lento
l’arsura della terra primigenia.
*
EDOARDO PENONCINI
*
Edoardo Penoncini nasce ad Ambrogio Copparo (Fe) il 20-12-1951, laureato in storia medievale all’Università degli studi di Bologna, è stato assegnista per quattro anni presso l’Istituto per la Storia di Bologna, redattore per tre anni della “Rivista di studi bizantini e slavi”, collaboratore per 25 anni della rivista “Scuola e didattica”, ha insegnato Lettere nella Scuola secondaria fino al 2011.
Suoi lavori di storia medievale e di didattica della storia sono apparsi su riviste e in volumi collettanei.
In versi ha pubblicato nove raccolte in italiano e tre in dialetto ferrarese. (https://www.edoardopenoncini.com)

giovedì 7 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO SPAGNUOLO


**Antonio Spagnuolo : "Ricami dalle frane" Ed. Oedipus 2021 - pagg.88 - € 12,50**
Antonio Spagnuolo è un archeologo dei sentimenti, un poeta che riesce a raggiungere il fondo dell’ES portando in superficie le connotazioni della sua personalità dai molteplici aspetti sensoriali.
Anche in quest’ultimo volume "Ricami dalle frane" si ripropongono illuminazioni che rimettono in luce Amore e Morte, scandendone i campi magnetici.
Il ricordo diventa origine e nascita di ogni testo, di fronte alla indifendibilità della vita rispetto al punto zero. La formazione reattiva è un ulteriore meccanismo di difesa che rigenera il passato e una moltitudine di situazioni freudiane dalle quali ogni testo affronta la realtà nei suoi aspetti, dove non poche sono le dislocazioni dei ricordi rigenerati attraverso un linguaggio rimasto fedele alla Tradizione, né vi appaiono inquinamenti iperattivi nei sub-plots e story-board.
Mario M. Gabriele

martedì 5 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDOARDO PENONCINI


**Edoardo Penoncini – Sembrava un fuoco di paglia--Puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2021 – pag. 145 - € 15,00
Si definisce fuoco di paglia qualcosa che inizialmente sembra particolarmente promettente, interessante, intenso di notevole importanza, ma che nel giro di poco tempo, finisce nel nulla, rivelando, quindi, il suo scarso valore.
Quindi un flop, una cosa che, nel titolo sta ad indicare invece qualcosa che potrebbe avere una valenza positiva proprio per quel sembrava che relega il fenomeno, il fatto, al passato: ora dobbiamo vedere di che si tratta.
Con questo titolo intrigante e ironico il poeta, che ha redatto il suo testo con la versione nel dialetto della sua terra a fronte, ci fa entrare in un universo di nonsense di ambiguità voluta e proprio il fuoco di paglia nel suo riferimento al passato, potrebbe simboleggiare qualcosa che invece è salvifico come la poesia stessa che riflette ipostaticamente su sé stessa.
Penoncini sa che la poesia è salutare per il poeta e il suo fruitore e che può diventare il contrario di un fuoco di paglia.
Il volume presenta una prefazione di Zena Roncata acuta, sensibile, ben centrata e ricca di acribia.
La raccolta composita e articolata architettonicamente è scandita nelle seguenti sezioni: Le radici, Le parole dell’indifferenza, A spasso nel tempo, La strada dei pensieri.
Ad un approccio iniziale si identificano le ragioni meta letterarie di Penoncini nel suo affrontare la sua materia quando afferma la forza espressiva del suo dialetto che nella bocca dei suoi compaesani diventa più forte e terribile di una bestemmia e peggio della foresta prima dell’inferno e un nodo intorno al collo per strozzare le parole, una sega che sega i piedi. Nella parlata in dialetto, rispetto alla lingua madre, in questo caso l’italiano, la lingua stessa assume un’icasticità più forte della stessa lingua standard, proprio attraverso la musicalità e il ritmo delle stringhe delle parole che in dialetto raggiungono una forza espressiva quasi violenta e debordante con qualcosa che ha un sentore di onomatopeico. Quindi una ricerca anche antropologica per giungere alle radici della vita per capirne e coglierne il senso più profondo e sensuale e vero. Il linguaggio usato da Edoardo nella versione in italiano è piano, colloquiale, narrativo, affabulante e chiaro.
Una notevole drammaticità deriva dalle immagini evocate dal Nostro ed emblematico a questo proposito è il verso andare in guerra per non affogare in mare e le stesse parole divengono viventi e da abitare come nel verso quelle parole vecchie che non hanno più un vicino, come se le parole fossero animate e in parte lo sono come nella massima veterotestamentaria non vi sarà parola detta che sarà senza effetto, che sembra essere alla base di tutto l’ordine del discorso e delle intenzioni del poeta in un libro fluttuante e antilirico che ha qualcosa di fortemente intellettualistico.
E in un componimento Penoncini scrive che il dialetto è la lingua delle cose, mettendo queste parole nella bocca di un professore.
Un esercizio di conoscenza tout-court quello di questo poeta a dimostrazione della dignità del dialetto stesso che sembra ma non è un fuoco di paglia.
*
RAFFAELE PIAZZA

domenica 3 ottobre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERGIO GALLO


**Sergio Gallo – Amnesia dell’origine--Puntoacapo – Pasturana (Al) – 2021 – pag. 145 - € 14,00
L’autore della raccolta di poesie Amnesia dell’origine è nato a Cuneo nel 1968 e risiede a Savigliano (CN) dal 1981. Ha già pubblicato alcuni libri di poesia.
Il volume include componimenti scritti tra il 2017 e il 2020 e presenta una prefazione di Fabrizio Bregoli. Il libro è composito e articolato architettonicamente ed è scandito nelle seguenti sezioni: Klision, Lemno, Qarum, Cnosso, Cronache del terzo ventricolo, Piccoli paradossi e In limine; queste parti sono precedute dal componimento programmatico Dodici piccoli comandamenti.
Ad accentuare la ricerca di diversificazione dell’autore c’è da mettere in luce il fatto che strutturalmente le composizioni sono o centrate nella pagina o scritte in modo standard secondo il modello tradizionale della poesia.
I Dodici piccoli comandamenti, non senza velata ironia, per il loro implicito riferirsi ai dieci comandamenti biblici, sono dodici massime sul tema della scrittura e nello stesso tempo sul senso della vita e sono improntati ad un certo ottimismo come se l’autore inviasse messaggi al lettore sul senso salvifico della scrittura e non a caso in essi ci sono tra gli altri gli inviti a nutrire le vene aurifere della memoria, a centellinare le parole, specchi di verità e a sgravare il grembo da foschi presagi.
Cifra essenziale della poetica di Gallo, che emerge fin dal primo impatto del lettore con questi versi, è quella di una scrittura misteriosa e descrittiva nello stesso tempo. Si evince una vena neo orfica e magica che si ritrova in un alone di onirismo purgatoriale.
È una scrittura magmatica e densissima che dal caos apparente pare giungere all’ordine che è quello di un discorso anarchico e visionario. Anche una vena gnomica è sicuramente presente nei componimenti di questa raccolta pervasa da due livelli quello della storia che trova il simbolo ad esempio in un antico labirinto e quello di un presente che resta nel vago quando viene usata l’immagine dell’arrancare nel quotidiano, quotidiano che è il referente incontrovertibile della condizione umana nel suo tran tran e nel suo eterno ritorno scandito dallo svegliarsi e dall’addormentarsi. A tratti è una versificazione che sfiora l’alogico con immagini scaturenti da un inconscio controllato connotato da consequenzialità.
Perché Amnesia dell’origine? Che cosa è questa origine dimenticata? La risposta si può ritrovare in un serpeggiare nelle poesie di una stabile tendenza ad andare oltre le coordinate del presente tenendo sempre di vista nelle descrizioni la provenienza nell’essere sotto specie umana, provenienza vaga di cui sembrano perdersi le tracce come se fosse un’infanzia rimossa o un’adolescenza che pare essere caduta nell’oblio dei giorni.
Non a caso rispetto a quanto suddetto viene nominata anche la reincarnazione come se si trattasse di giungere all’etimo delle cose in un esercizio di conoscenza.
*
Raffaele Piazza

venerdì 24 settembre 2021

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


**“Nodo”**
Non altro mi sazia oltre il silenzio
nel mutevole riflesso della luna,
inganno e quiete dell’esiguo tocco
degli occhi nella penombra smemorata.
Giocava il tuo corpo adolescente
al soffio del tempo, e ritorna
senza pietà tra le figure
un nodo che giocammo insieme.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 23 settembre 2021

INTERVENTO = SCIASCIA


***La Sicilia nel cuore di Sciascia***
Che la scrittura sia un modo liberatorio e indipendente, per proiettare, indagare, capire, credo che lo comprendiamo tutti.
Eppure, qualcuno ha pensato che Leonardo Sciascia, più che amare la Sicilia, l’abbia denigrata agli occhi del mondo; che, per parlare così tante volte di determinate realtà, in fondo, doveva sentirsi attratto dal fascino esercitato dagli uomini d’onore e dalla loro pseudo-moralità.
Tutto ciò, pare il pensiero legittimo di chi non si è ancora posto il problema di cosa significhi essere siciliani e di come il siciliano medio coltivi in sé un certo orgoglio per le sue radici multietniche e per le tradizioni. Orgoglio che oserei definire nazionalista e che, per certi versi, risulta inattaccabile dall’esterno. Tuttavia, tale orgoglio diventa illegittimo e, a volte, strumentale, se si diparte da un frutto maturo e capace di indagare in sé e attorno a sé.
Diversa è, difatti, la chiave di lettura dell’opera Sciasciana, in quanto è impossibile non valutare che ogni siciliano onesto (e, quindi, anche Sciascia), seppure contesti fortemente certe logiche malate esistenti nell’ambiente, avverte, in fondo, di essere legato alle proprie radici ed al proprio vissuto su quest’Isola e, al tempo stesso, nutre un sentimento di abbandono ulteriormente accentuato dal potere mafioso. Ciò rende ogni abitante della Sicilia luce ed ombra, respiro e tragedia di un contesto difficile, in cui amore, odio, difficoltà esistenziali e ostentazioni di ricchezza si intrecciano e confondono la parola, sino a farla diventare un canto ora dolente, ora rabbioso.
Un canto asciutto che, certamente, traspare dall’opera dell’autore racalmutese e che si riallaccia perfettamente al vissuto di tutti gli isolani e, specialmente, dei perdenti dell’Isola. Si legge nella Notizia, le pagine introduttive di Occhio di capra (un libro che racchiude una folta sequenza di espressioni dialettali racalmutesi): “[…] La mia terra, la mia Sicilia non ha fiumi; e dal mare è lontana come fosse al centro di un continente”. Ed ecco che, in poche righe, lo scrittore ci induce alla sofferta conclusione a cui approda qualsiasi siciliano di intelligenza, che scruta e analizza le cose, dilatando il concetto di isola, sino a sentirsene costretto e, infine, ricondurlo a se stesso. Ma, proseguendo in codesta lettura, ecco che troviamo la nota dolce e quasi orgogliosa di Sciascia, riferita al suo paese natale: “[…] Isola nell’isola, come ogni paese siciliano di mare o di montagna, di desolata pianura o di amena collina, la mia terra, la mia Sicilia è Racalmuto, in provincia di Agrigento”. Paese questo, da cui lo scrittore, non si distaccherà mai completamente, perché ogni suo più piccolo pregio o difetto è profondamente radicato nel suo animo, così come sono radicati in lui i volti e i modi di essere della nostra gente. E, per capire ciò, basta notare come Sciascia fa parlare uno dei suoi personaggi in questo brevissimo brano de Gli zii di Sicilia: "Io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli…Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice."
Ancora, nella parte introduttiva di Occhio di capra, l’autore dice: “Si ama più tacere che parlare. E quasi che i lunghi silenzi davvero servano a fortificare il raro parlare, quando si parla si deve essere precisi, affilati, acuti ed arguti”.
In tal modo, riallacciandoci al concetto iniziale della scrittura come modo per proiettare, indagare, capire, notiamo, soprattutto nella parte finale dell’ultimo brano, che l’autore, più che il modo di essere dei concittadini, vuole rivelare al mondo il proprio modo, la propria capacità di tacere, di mettersi in disparte e di osservare. Non per nulla chi ha conosciuto l’autore siciliano lo ricorda come un uomo riservato e avaro di inutili parole. Dice di lui Lucio Zinna nell’articolo Quel tenue filo con Leonardo Sciascia, apparso nell’ottobre-dicembre dell’89 sul trimestrale di cultura Insieme nell’arte: Il mio rapporto con Leonardo è stato lungo ed intenso, ma fatto più di silenzi che di parole. Ci siamo incontrati poche volte, per lo più in occasione di qualche cerimonia letteraria palermitana, a cui lo scrittore partecipava, benché di rado. Io amavo allora andare in giro per la città, frequentare centri culturali e gallerie d’arte. Poi (anche sull’esempio di Sciascia) ho imparato a gestire il mio tempo con maggiore parsimonia […]. O vai in giro o scrivi. […] Una volta, a Montesilvano, conversando col poeta Mario Luzi, il poeta ebbe a dire; “Ricordiamoci che noi poeti dovremmo anche scrivere”. Pare proprio, come notano diversi studiosi, che il posto in cui si cresce tracci contorni indelebili sul carattere dell’individuo ed anche sul destino di un letterato. Infatti, conoscendo l’autore dell’articolo, credo che anche lui sia solito alimentare quei lunghi silenzi che servono, non solo ad allenare la mente, ma anche a fortificare il raro parlare. Per di più, la Racalmuto di Sciascia fa parte di quel triangolo geografico (che comprende sia la realtà del latifondo, che quella della zolfara e che va da Agrigento a Caltanissetta a Palermo), in cui Tomasi di Lampedusa, De Roberto, Pirandello, Brancati e altri hanno individuato un evidente malessere esistenziale. La Sicilia: una terra in cui, come scrisse Pirandello nel Berretto a sonagli, ognuno ha nella testa le sue corde: la seria, la civile, la pazza. A tale proposito Sciascia pubblica nel Settanta una raccolta di saggi, intitolati La corda pazza, come a sottolineare che è specialmente su questa che intende soffermarsi, cioè sulla potenza che può sprigionarsi dalla ragione e sulle contraddizioni dell’Isola, sul passato e sul presente da lui visitato con veemente ed accorata attenzione. “Una terra difficile da governare perché difficile da capire” sostiene lo scrittore in questo libro. Una terra che tuttavia, a mio avviso, nel suo bene innamora e plasma i suoi figli anche a quel male che ramifica dipendenze mafiose e costringe a vivere nell’incertezza del domani. Una terra, forse, per questo tagliata fuori, atollo sperduto per molti, isola nell’isola da cui, però, pare quasi impossibile liberare l’anima nell’indistruttibile, eterno alternarsi di realtà e ricordi. Tornano, così, alla mente alcune parole intrise d’amore per la Sicilia in una descrizione che Sciascia fa della campagna di contrada Noce a Racalmuto, ne Gli zii di Sicilia: "Tutta la campagna era […] silenziosa e splendente. […] Di frutti c’erano le mandorle con la scorza verde e aspra, dentro bianche come il latte […] e le prugne maggioline che allampavano la bocca, verdi ancora e agre."
Nondimeno, è specialmente con il suo riallacciare la memoria ai fatti ed ai misfatti vissuti e sentiti a Racalmuto (da lui convertito in Regalpetra) in Le parrocchie di Regalpetra lo scrittore intreccia il suo indissolubile legame col paese. Legame istintivo che mai escluderà dalla propria esistenza, come possiamo stabilire dal suo costante ritorno estivo e dalla sua capacità di trarre ispirazione per la scrittura proprio da quei particolari momenti. Difatti, questi rientri in contrada Noce hanno rappresentato per lui una sorta di lavacro spirituale in cui si ridestavano il cuore e la mente ed in cui ha scritto buona parte delle sue opere. Emerge da tale ricerca di pace e di silenzio il carattere schietto e di poche parole di un figlio della Trinacria apprezzato da molti e di cui ho voluto parlare in questo breve articolo, mettendo in evidenza quanto la Sicilia gli sia stata nel cuore. Leonardo Sciascia, un uomo di coraggio, uno scrittore che non ha scritto solo di mafia, ma del travaglio di un popolo e che, grazie al suo razionalismo e all’interesse per l’Illuminismo, al suo stile nettamente fondato sulla chiarezza e sulla semplicità espressiva, è stato tra i più interessanti del panorama letterario che va dagli anni Cinquanta, al 198sino a dopo la sua morte, avvenuta nel 1989. Un uomo che certamente ha lasciato un vuoto nel panorama culturale italiano e che ha saputo portare la sicilianità nel mondo grazie a quello che lui stesso è stato, scegliendo un percorso di vita che non si può sicuramente definire porto franco. Ma, probabilmente, solo a pochi di noi siciliani è stato dato avere un’esistenza, per così dire, porto franco, in quanto, sin dall’età della ragione, abbiamo sentito bisbigliare o strillare di mafia. Abbiamo imparato a convivere con essa e a scegliere se schierarci con essa o con lo stato, abbandonando a priori la speranza di una vita equa e realmente tranquilla. Forse, chi, come Sciascia, sente fortemente la propria sicilianità e prova a discostarsi dalla realtà dell’aggressione e della forza, non può fare altro che battere e ribattere sugli stessi temi, divenendo al tempo stesso un nichilista, nel costatare l’emarginazione sempre più evidente in cui si è catapultata la Sicilia grazie a questo stato di cose e la volontà politica di mantenere pressoché inalterato l’andamento di due Italie ben distinte tra loro: quella del nord e quella del sud. Forse, chi, dopo tanto vagare, ha chiaro in lui il gioco delle parti, non spera più in un reale mutamento di questa terra di luce e di miseria. Concludendo, voglio che sia lo scrittore a parlare a voi: Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di avere dato il senso di quanta lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione. Mariolina LaMonica

mercoledì 22 settembre 2021

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROCCO SALERNO


***Una originale silloge poetica di Rocco Salerno: "DOLCE, MISTERIOSA ESSENZA DELL’ UNIVERSO"
La memoria di Bambolo, “creatura celestiale”, anima questi versi-palpiti di cui Rocco Salerno – illustre poeta, saggista e critico – alimenta la deliziosa silloge Dolce, misteriosa essenza dell’universo (Macabor, 2021). Alla dedica (“A Rita Agresti e a quanti amano gli animali”) fanno significativo riscontro le frasi offerte in esergo: Paolo VI ci annuncia che “un giorno vedremo di nuovo i nostri animali nell’eternità di Cristo”; Brina Mauer (nom de plume dell’acuta prefatrice Claudia Manuela Turco) deplora che “hanno strappato l’anima alla parola animale” quelli che non amano nemmeno l’uomo; Dostoevskij esorta ad amare gli animali, “a cui “Dio ha donato i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata”, di cui non dobbiamo privarli, così come l’uomo non deve vantarsi “di superiorità nei confronti degli animali”.
L’amore di Salerno per Bambolo si rivela suggestivamente nel compiaciuto stilema kerigmatico che apre la raccolta: “Il gatto claudicante - se randagio o padronale - / salvato dai malanni / chiamato Bambolo ha una casa”. Mirabili per delicatezza, tenerezza e ammirata dipintura sono i versi che seguono: Viene di sottecchi, / il cibo attende, / striscia i piedi, / si gira come un piumino / innevando il cortile / su cui pure ha lasciato / qualche avanzo / della sua grazia. // Si ritrae, timoroso ancora / di frasi accarezzare / dalla ferinità degli umani . // Poi, senza farsi notare, / scompare, / con passo felpato / e svagato / come il suo indifeso sguardo”. Una descrizione che si continua nel secondo componimento (Occhi fosforescenti) ove Bambolo, “statua greca”, accoccolato alla porta attende il “pesce succulento”, leccandosi i baffi, guardando incantato come se volesse “parlare, ringraziare”, per dileguarsi con i suoi “occhi fosforescenti”.
Risaltano, nei versi successivi, i segni della mutevole condotta di Bambolo, del suo apparire e sparire “come un gioco tormentoso”, con il suo sgranare gli occhi come per ringraziare con la parola tacita, lo sguardo silenzioso, porgendo al poeta la zampetta con sinuosa dolcezza. Il piatto d’acqua su cui si china diviene “la purezza”, la sua anima lo sguardo della sua bontà, e Rocco si perde nei suoi occhi : “unico sogno / di questa vita / tempestosa” e lo prega di non allontanarsi perdendosi “nelle quotidiane meschinità”. Di verso in verso, mentre si infittiscono l’ intensità dell’affetto e l’impegno nella protezione di quella creatura indifesa, si costruisce l’ immagine piena della creatura felina come icona perfetta della Bellezza celestiale, “musica eterna” e “melodioso silenzio”, riflesso di “un’isola divina”, armonia che invade le iridi ”come un’infinita atarassia”. E i vari gesti, movimenti, riti quotidiani di Bambolo, osservati dal poeta, divengono altrettante tappe di un itinerario di assimilazione della sensibilità del poeta a quella del felino: “Ormai siamo / la stessa anima / incarnata, / lo stesso fiato…”. Una miriade di immagini, di metafore, di variazioni sul tema del rapporto con il gatto nella chiave della sua dimensione celestiale, che si dispiegano nel numero vario e duttile del verso libero e nella loro cangiante e geniale mobilità, nutrita di morbidezze melodiche come di aspre dissonanze, esorcizzano ogni rischio di monotonia.
Il pensiero corre ai “sereni animali / che avvicinano a Dio” di Saba, alla sua “capra dal viso semita” in cui sente “querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita” ; a “Cirì belle”, l’uccellino conforto alla solitudine di Albino Pierro e in genere al “palpito umano delle bestie” da lui cantato; al “compito più alto di un uomo” additato da Emile Zola nel “sottrarre gli animali alla crudeltà”; e anche all’istintiva naturalezza con cui ogni essere diverso dall’uomo esprime la propria natura (correre, volare, nuotare) di cui parla nella Naturalis Historia Plinio il Vecchio (che ad essa contrappone il nihil scire dell’uomo, che invece ha bisogno di insegnamenti per poter parlare, camminare, mangiare). E il monito dostoevskijano all’uomo a non vantare la propria superiorità sugli animali che in filigrana pervade il dipanarsi del tessuto lirico mi fa pensare (anche senza doverne accogliere tutte le conclusioni) alla corrente di pensiero del postumano contemporaneo (massime al bel saggio di Leonardo Caffo Fragile umanità) che contesta la tesi della superiorità dell’uomo sulle altre forme di vita (lo specismo) e prefigura l’avvento di una nuova specie umana, fatta di individui dotati di una sensibilità diversa e un diverso approccio al mondo in cui vivono e agli altri esseri viventi, umani e animali, considerati parte di una stessa sostanza (“…diventiamo un immenso noi con il mondo vivente”). Riferimenti, questi, che, se valgono a valorizzare e nobilitare la sensibilità di Rocco Salerno verso l’animale, non esauriscono, certo, la pienezza, ricchezza, e assolutizzante sublimazione di quel rapporto, una sorta di felineo stilnovo, che esalta appunto il potere di Bambolo di elevare l’animo di chi lo ama oltre ogni ”terrestre limo”, farlo “rinascere a un’altra Alba”. Donde la gratitudine che pervade la sua apostrofe “Unica luce, sogno, certezza / in questa scialba esistenza / che tu elevi a musica eterna. // Sento vibrare in me quand’io ti carezzo / la dolce essenza dell’Universo / nelle vene scorrere / parole di freschezza / dal tuo melodioso silenzio / aperto ai concerti angelici / come Alba sulla mia anima beata…”. A mitigare, poi, l’amarezza per la sua sparizione vale la certezza della “celeste presenza” di lui che, pur invisibile, guida la sua vita ”nelle quotidiane bufere”: “Non sei più ritornato / facendo piangere anche / l’alba // qualcuno avrà spezzato / la favola // ma tu vivi per l’eternità / come una persona amata”. Parimenti la dimensione singolare di questa sublimazione del rapporto affettivo con Bambolo si snoda con naturalezza, singolare leggerezza di tocco, policromia di scene, metamorfosi di sensazioni ed emozioni, fragranza di francescana purezza che si riflette dal gatto all’uomo: Quando stiamo insieme / è come se vivessimo nell’Eden, / nella perfetta innocenza…”. Così come la riflessione assiologica e la meditazione esistenziale non infirmano, in genere, la trasparenza e l’eleganza del dettato lirico, avvalorato da un “lessico moderno e accattivante”, opportunamente rilevato dall’illustre postfatore Antonio Spagnuolo. Donde la lettura della silloge, mentre riesce suggestiva per chi, come me, ama gli animali e per tutte le persone pensose della condizione animale, può riuscire fonte di soddisfazione e di conforto anche per i giovanissimi che amano gli animali, li accolgono, li allevano, li proteggono: Ron e Stella, due splendidi gatti, hanno anch’essi una casa, in virtù delle pronte e amorevoli premure prodigate loro dai miei nipotini! Grazie, allora, a Rocco Salerno per questo canto originale in cui ha tradotto il suo generoso messaggio di solidarietà e di amore per gli animali.FRANCO TRIFUOGGI