martedì 24 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ROSA BLANCO

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Rosa Blanco: “Anima nuda” – Ed. Ensemble – 2024 – pag. 42 - € 13
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In una scansione dettata con sobrio equilibrio tra forma e contenuti i “fotogrammi dell’anima” varcano i confini della realtà affondando nelle immagini delle emozioni , a volte anche contrastanti, o toccando spesso note di meraviglia e ombre di sussulti.
La poesia si costruisce attorno all’idea del tempo come flusso inarrestabile: “i giorni rincorrono i giorni”, in un movimento circolare e continuo che richiama la dimensione del “perpetuo divenire”. Rosa Blanco colloca il lettore in una notte d’inverno, simbolo di stasi, gelo e difficoltà interiore, ma subito introduce la certezza del mutamento: “dovrà finire” (pag. 35). La ripetizione di questa espressione rafforza la fiducia in un ciclo naturale che non si interrompe mai. L’inverno, con il suo gelo che “si insinua fin dentro le ossa”, diventa metafora di una condizione esistenziale segnata da incertezza, silenzio e vuoto. Tuttavia, la prospettiva non è pessimistica: l’attesa della primavera, capace di “ritemprerà le membra” e di “scioglierà il ghiaccio”, suggerisce una rigenerazione non solo fisica ma soprattutto spirituale. Il tempo, pur “scivolando tra le mani di brina”, non è mero consumo: è preparazione a una rinascita.
L’immagine finale (sempre pag. 35) del “desiderio mai sopito” introduce un elemento intimo e personale. Nel buio del presente, ciò che sostiene lo spirito non è ancora la primavera reale, ma la sua promessa, custodita come visione sfocata ma persistente. È proprio questa tensione tra gelo e attesa, tra notte e desiderio, a dare alla poesia una dimensione universale: ogni inverno interiore contiene in sé la possibilità di un risveglio.
Molti i ricordi che risvegliano nella memoria ondulazioni di un quotidiano trascorso fra le intimità familiari (pag. 27), imbarazzi di un sorriso e il timore delle rughe, o fra l’amaro stupore di una notte che accenna con stupore alla paura del domani.
Limpidezza espressiva ed efficacia delle immagini naturali, che diventano simboli trasparenti di stati d’animo profondi. La ripetizione di alcuni versi crea un ritmo meditativo e consolante, mentre il lessico semplice ma evocativo rende la riflessione accessibile senza perdere intensità.
Scrittura rapida e senza ostacoli da decifrare.
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ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 22 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI


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EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI, Epiloghi, Interno Poesia Editore, Borgoricco (PD) 2025
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La prima sezione che ha per titolo Al riparo dal vento maestrale presenta due grandi temi cari al poeta: quello della poesia e del suo percorso nel tempo fino all’affermazione che solo apparentemente segna l’epilogo della sua vicenda poetica e infine l’amore fatto di ricordi e di rimpianti, di scelte sbagliate ma di una presenza costante nel corso della vita.
Ed è proprio nel testo che apre la raccolta, intitolato Sulla poesia, che l’Autore dichiara che il lavoro del poeta è simile a quello di chi pota un albero: una volta eliminati i rami secchi, la poesia si farà strada raggiungendo quell’essenzialità che richiede un esercizio costante e una capacità di cogliere la sua presenza «anche nelle ombre in rilievo tra le pietre / del muro». Ma occorre anche – dice Evaristo – eliminare quel contorno «posticcio / e salottiero» che caratterizza oggi tanta poesia perché «meglio la scarna povertà delle parole / di questo vuoto della vanità».
Ci sono momenti – e il poeta lo sa bene – in cui la voce della poesia sembra vacillare e ciò genera il senso di essere giunti a un approdo, a «quel bilancio finale» che porta alla chiusura. Ma ecco che la poesia intitolata Ammissioni si apre con un melodico canto «Cara poesia che sai di chiostro, / di muschio e di fiorita di sambuco, / ormai suono stridente delle ruote / di carri incatenati al giogo di buoi / stanchi: taci e non brilli più» per chiudersi poi con il senso di una perdita che sembra definitiva. D’improvviso, però, l’imprevedibile accade e la poesia torna a far sentire la sua voce «e già i versi / come fili d’erba si preparano a fiorire». Così passo su passo, il poeta attraverserà il guado di questo torrente tumultuoso che gli si è aperto davanti e potrà ritrovare il suo ritmo e il canto che gli è congeniale.
E con la poesia tornano i ricordi di un amore intensamente vissuto, sognato, rimpianto, le cui tracce «indicano percorsi misteriosi / che portano alla fonte della vita / oppure all’antro della perdizione».
E nonostante il tempo abbia segnato il volto del poeta, i suoi occhi pur se “vecchi e stanchi” mantengono la purezza di un tempo e giocano con la pazzia di ritrovate parole d’amore.
E nella poesia che chiude questa prima sezione Evaristo ammette che, nonostante gli sforzi fatti per chiudere questo capitolo, “quel pungolo rovente” «Si è spostato – dice – in ogni punto / della mente, per buona parte / della mia vita, …» (Tentativi) e torna, nonostante l’assenza, a illuminare con il suo “fascio di luce” l’attesa della notte.
Così al riparo dal maestrale si apre lentamente la strada che porta alla vita, a quel quotidiano che è fatto di amore per la terra, per gli amici, per le persone care con le quali il poeta divide saggezza e umiltà come si legge nella seconda sezione che ha per titolo Le stelle non sono lì per caso.
Le stelle guardano dall’alto questa terra e con la loro luce danno un volto e un nome alla natura e agli esseri viventi che la abitano. Campagna, la poesia che apre questa seconda sezione, ci mostra l’ulivo caro al poeta in una visione antropomorfica che esalta il rapporto intimo esistente fra l’uomo e la Natura: «Parlano e pregano gli olivi, forse / solamente tacciono nell’ascolto / dello scorrere del tempo,» indifferenti all’alternarsi del giorno e della notte e all’esistenza stessa dell’uomo. Dalla visione della campagna umbra tanto cara al poeta emergono così i volti delle persone che hanno fatto parte del suo vissuto, ricordo di uomini come Gianni che «raccoglie ghiande per i maiali» o come Enne il vecchio amico con il quale il poeta parla «della vita, della sorte, / del non si sa da cosa dipendiamo» per concludere amaramente che «la mente non trova / ancora risposta alcuna a nessuno / dei nostri troppi, infiniti perché».
E continuando a parlare con gli olivi, dal cui tronco contorto e dal groviglio dei rami pendono – dice Evaristo - «tutte le mie incertezze», si sviluppa una visione del mondo priva di certezze ultraterrene (si veda per esempio Casualità), fino a giungere all’amara constatazione di Effe il falegname, che, annunciando con amarezza la perdita della nostra identità, parla del dubbio irrisolto della nostra esistenza e conclude: «non sapremo mai perché siamo stati / qui o meglio solo perché siamo stati».
Altre poesie ci parlano di ricordi che tornano improvvisi quando un amico offre in dono un cestino di funghi, alla cui vista si riaffacciano i volti «di una famiglia che non c’è più» e rievocano l’inganno feroce di questa vita, così breve, così lontana ormai; altre volte è L’orto di Lillì dove matura l’uvaspina dai colori screziati e quando cade il pallone oltre il muro si può scoprire, riflesso nelle sue ampolle, “lo scorrere delle ore”.
L’ultima parte che si apre, a mio avviso, con Speculazioni dà inizio a una serie di considerazioni che sono tipiche del pensiero filosofico e meditativo dell’autore: la notte non solo evoca, ma permette un esame sul senso della vita, su quello che è stata, sui dubbi, le idee, le fatiche, perché “guardare nel buio” apre spiragli al sonno e alla speranza tanto da far credere al poeta «che le stelle non sono lì per caso». È il tema dell’abbandonarsi all’irrazionale o forse «alla fede in qualcuno o in qualcosa» che lo porta ad ammettere che la sola razionalità non rende conto di tutto, pur nella consapevolezza di essere nulla di fronte all’indifferenza della Natura, un «Uomo soggetto ai capricci del Fato, / isolato su questa assurda ellisse / del pianeta da noi chiamato Terra», come si legge in La condizione umana. Nasce da qui il senso di perdita assoluta che si prova quando gli amici ci lasciano e solo il buio riesce a parlare al cuore per ricordargli che un giorno quel battito si fermerà e poi sarà silenzio. «Il buio è fluido / e invade ogni spazio», si legge in Giri di chiave, ora resta solo l’attesa di quel passaggio o di quella luce «che ti guidi davvero oltre / gli stretti confini dai calendari».
Non è un caso, a mio avviso, che, dopo queste riflessioni, la silloge si chiuda con due poesie che evocano la vita. In Voli, dopo il temporale che si allontana, tornano i garriti dei rondoni che volano sopra i prati “vivi di pioggia, verdi di vita” e il suono delle loro voci che «come parole, sfidano la notte / imminente e tutte le nostre paure». La nostra resilienza, come si legge in Primo Dicembre, è come quella degli insetti che continuano a «suggere / ciò che resta dei fiori del nespolo» attenti a cogliere quel sapore che solo la vita ha in sé e, come tale, va assaporato fino in fondo perché solo così potrà sprigionarsi «il profumo di un’altra stagione» e, quindi, anche la poesia potrà accompagnare con il suo canto il tempo della vita che ci è stato assegnato.
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FERNANDA CAPRILLI

sabato 21 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = SERENA CIANTI


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Serena Cianti: “DIALOGO CON L’ANGELO CUSTODE” ed. Terre sommerse – 2026 – pag. 44 -
Nell’impatto con questa rutilante e lunga cantica – perché di cantica si può parlare in una stesura che si adagia al mistero della fede – il primo interrogativo si affaccia nel dubbio : la poetessa ha scelto di proposito una versione strettamente classicheggiante per le sue poesie?
Ella scrive nell’introduzione: “ Chi è nato in Italia, cresciuto nella cultura cattolica, è stato abituato fin dall’infanzia a dialogare con il proprio Angelo custode attraverso la preghiera, immaginandolo come un amico esterno, bellissimo e dotato di ali ma quella preghiera che ha permesso a tanti bambini di scivolare nel sonno senza timore diventa per l’uomo iniziato ai misteri, la potente invocazione per la crescita spirituale e il ricollegamento tra il divino e l’umano, la spada del guerriero che si erge sulla città conquistata, lo scettro del re seduto sul trono o la lanterna dell’Eremita dei Tarocchi.
La preghiera all’Angelo custode scioglie e avvolge la vita dell’uomo nuovo e lo conduce ad altri lidi, alla scoperta di dimensioni superiori rispetto all’ordinario. In questo viaggio anche la morte diventa per il saggio, il passaggio trasformativo necessario che lo farà approdare al “Potere della creazione” insito nel grembo della donna sul piano della materia.”
La poesia di Serena propone una visione fortemente simbolica e profetica, costruita attorno alla figura dell’Angelo che, facendosi “cupo”, introduce un annuncio solenne e insieme minaccioso. Un’immagine iniziale — “occhi avea ‘sì tristi / che rabbrividimmi tutta” — stabilisce immediatamente un clima di turbamento: l’io lirico è attraversato da un brivido che non è solo paura, ma percezione del sacro. L’Angelo non porta una consolazione, bensì una rivelazione esigente, che tocca il cuore del mistero della generazione e della creazione.
Ritmo incalzante il susseguirsi delle sillabe che compongono un musicale accento di preghiera e di richiesta, di illusione e di sbandamento, di speranza e di fervore, quasi ricordo di un tempo trascorso a vagare nel deserto.
Il nucleo simbolico della poesia si concentra nell’enigmatica affermazione: “la sposa è chiave / della figlia madre”. Qui la figura femminile si moltiplica in una triade — sposa, figlia, madre — che richiama archetipi profondi della tradizione religiosa e culturale occidentale, e in particolare l’immaginario cristiano legato alla maternità divina. La Donna è presentata come principio originario, “in Lei è celata / la Creazione intera”: non solo grembo biologico, ma grembo cosmico, custode dell’oro, cioè del valore supremo, della scintilla vitale. L’“oro” che “sol la Donna attiene” non è ricchezza materiale, bensì potenza generativa, luce primigenia. Con ammonimenti, colorati dal lessico centellinato, il mistero si fa annuncio, fra lo straordinario riflesso della creazione e la continua fulminazione delle apparizioni. Allora forse la poetessa adotta un linguaggio volutamente arcaizzante (“Ei disse”, “non v’è”, “si non sarà”), che conferisce solennità e rimanda a una dimensione biblica o liturgica.
I versi brevi, spezzati, contribuiscono al ritmo oracolare, mentre l’assenza di punteggiatura accentua la forza assertiva delle immagini. La scelta di un registro alto e simbolico rende così le composizioni compatte, quasi scolpite.
Una condensazione che affronta con coraggio un tema da tensione filosofica esistenziale, riuscendo a conferire quella forza visionaria che molto spesso ci aggancia nelle ore di solitudine e di silenzio.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = FILOMENA SCARALLO


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venerdì 20 febbraio 2026

POESIA = EMANUELA DALLA LIBERA


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1)
Dimmi, cos’è che ti ha così
pensosamente attraversato
gli occhi da lasciarti in viso
i segni di un doloroso inverno?
cos’è che ti ha turbato il passo
e così mutato i gesti che guardi
sempre l’orizzonte e in fronte
porti le tracce di un lungo andare,
dell’attesa che si rinnovi il giorno,
che presagi tornino le ore a ricamare
e che una quotidiana quiete
rimpiazzi i vortici di vento in cui
ti è precipitato il cuore? Saliranno
dall’orlo della notte i tuoi pensieri
se ne andranno portandosi appresso
gli anni accatastati in fila, ti desterà
un barlume d’alba sopra il mare,
l’anelito ad attendere, nell’aria
che si imbruna sopra i boschi
e le radure, il pieno della luna. 
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2
Si faceva più lento il tempo,
scorreva adagio oltre gli argini
insonni delle stagioni in fila
sulle sponde dei ricordi.
Era il vento tra i pioppi a misurare
il giorno, dintorno voci si disperdevano
sull’orlo dei sentieri, volavano rapidi
gli uccelli in cerca di riposo.
Camminavamo a ritroso, pensierosi,
sfidando il cielo sulle chiome, sembrava
immenso il mondo, eterno il tempo.
Dicevi che nulla sarebbe cambiato
se avessimo affidato al vento
le nostre voci. Sarebbero ritornate,
dicevi, come ritorna ogni cosa
sia pure in altra forma, con altro dolore.
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3)
Ancora odo quel suono d’onde
sugli scogli e la tua voce
in rivoli innocenti di pensieri,
di sguardi fiduciosi su sentieri
immaginati. Sapeva di certezze
l’onda che veniva da lontano,
portava misteri d’altre sponde,
lune tramontate altrove,
vite sconosciute a raccontarsi.
Tu a noi raccontavi la vita nel suo farsi
dicevi parole che scivolavano
sull’acqua e svanivano nelle notti buie
in accordi di maree per poi tornare
nelle albe quiete tra i silenzi intatti
delle nuvole in corsa nel vuoto di universi,
di scie sul mare candide nel vento.
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EMANUELA DALLA LIBERA

mercoledì 18 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA MALERBA


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Carla Malerba: “Un tempo nuovo” – Ed. Fara – 2026 – pag. 56 - € 12,50
Silloge votata al Narrapoetando 2026 ricevendo dal giurato Luigi Palazzo il seguente giudizio:
«Con tocco delicato, il tempo, la natura, la vita sono mescolati in versi essenziali, profondi, riflessivi.»
Così, come stemperato dalla ritmata scansione del metronomo, il susseguirsi dei pensieri, delle immagini, delle illusioni, delle irrequietezze che ci invitano alla vertigine del quotidiano, riesce a comporre una policromatica miscela di perfetta poesia e audace estetica della scrittura.
Due le sezioni: “Come gioia pura” e “A tratti senti”, che in effetti si agganciano delicatamente nell’afflato e tracciano un percorso del gesto in movimento, della emotività che emerge dalle visioni.
Il soffio di adagia semplice: “Perduti campi di primavera/ guazze di petali/ confuse e d’erbe/ luce di sole e vita/ in movimento/ nessun’ombra/ nei giardini felici/ neppure suoni/ parla solo il vento/ respiri di corolle.” In special modo quando la natura ci aggancia son le sue stagioni, o quando il sub conscio tenta aggiustamenti: “Semplice è sinonimo di chiaro/ è parola che invita/al sincero rispetto delle cose/ semplice come lo sguardo di un bambino/ l’occhio del poeta/ osserva intuisce riferisce/ cosa c’è nell’anima del mondo.”
Carla Malerba indaga silenziosamente, ma con ritmo vigoroso, tra le ombre e le improvvise luci, tra il verde della natura e il solfeggio dell’opulenza, nella chiarissima brama di esserci ancora perché costantemente insidiata nella corsa del tempo, anche quando l’eco delle voci, il riverbero delle memorie rimandano alle falde del silenzio. Indaga fra il germogliare delle immagini e i fotogrammi di un rastrellamento, fra gli angoli delle reminiscenze e il fascino della percezione, fra il segno di ogni passo e una tensione che urge. Un fluire che genera fibrillazione anche quando il verso si presenta spoglio di languori o di smerigli.
“Inseguire chimere/ apparteneva/ a un’età governata/ da venti improvvisi/ altro era il tempo/delle sfide coscienti/ che irridevano l’ombra/ fioriva la poesia/ per l’amore non menzognero/ per l’attimo che si eterna/ e subito scompare/ non per corone d’alloro/ma per un serto di viole.”
Rivelazioni che attraversano verticalmente l’idea, quella idea che giungerà quale strale che ubbidisce sempre attivamente e mostra le nuove motivazioni delle suggestioni e delle speranze.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO


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POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia coltiva la fragola"
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Sera di luna di platino
per Alessia ragazza
sul bordo della serra
delle fragole. Attimi
mistici e sensuali con
gli occhi nel rosso della
fragola e della fabula
i contorni intravisti
con anima sottile.
Bella la vita. Versa
acqua Alessia sulle foglie
della pianta amica.
Risorge in chiara forma
nel verde brillante delle
foglie. Alessia gioca
alla vita a diventare
fragolina di bosco
e trasale e stasera
fa l’amore dopo la
riscoperta delle cose.
*
Raffaele Piazza

domenica 15 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANDREA BRIOSCHI

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Andrea Brioschi “Fallo di rigore” – Ed. Fallone 2025 – pag. 140 - € 16,00
Spulciando fra le notizie del calcio il fallo di rigore altro non è che una sanzione assegnata quando un calciatore commette un’infrazione punibile con un “calcio di punizione diretto” all’interno della propria area di rigore mentre il pallone è in gioco. Quindi un’improvvisa ed immediata azione di destrezza, senza porre tempo intermedio, tra una mancanza ed un azzardo che lascia il fiato sospeso.
Anche la poesia, tra i lampeggi colorati delle sue sillabe, ha connessioni che trasportano il lettore nelle vibrazioni del lessico per gli umori variabili e magnifici della rivelazione. Uno specchio capace di riflettere momenti policromatici che diventano facilmente appello alla concatenazione.
“La vita possiede/ coscienza del trono d’opera/ in atto lo spirito di essere/ stantio legno nervo venoso/ dall’ureo uretrale di origine, Venere terrestre/ femmina cosmica, sostanza primordiale/ precipitevole liquame addensantesi/ in forra di luce, forza che è bàlia/ del nostro essere in balìa al tempo. / Laggiù sulla sponda sparsa in miseria/ di tenebra stiamo presso l’indomita/ corrente, energetico essere mobile/ inchinatosi all’immobile/ lume etereo di acqua affibrante.”
Affibrante potrebbe essere un neologismo proponente “che dà forza”?
Ci troviamo in effetti innanzi ad una scrittura poetica tutta da decifrare, e per la quale occorre contemporaneamente un’adeguata preparazione verso la sperimentazione che in questi ultimi anni del nuovo secolo cerca affannosamente anzitutto di ridefinire il linguaggio, mettendo in discussione le forme liriche tradizionali e aprendosi a contaminazioni tra generi. Dopo le esperienze del Gruppo 63, la ricerca si è orientata verso una scrittura che intreccia memoria, cronaca e riflessione metalinguistica. Esplorando l’ibridazione tra poesia e narrativa, tra testo e arti visive, anche attraverso i nuovi media digitali, purtroppo secondo me si è perso il ritmo delle sillabe, si è dilatato il verso in pensieri ricorrenti e molto spesso banali. Si vuole superare l’io lirico chiuso, dando voce a soggettività plurali e frammentate. Inoltre, interrogando il rapporto tra parola e realtà, in un contesto segnato da crisi sociali e culturali, la musicalità della scrittura non esiste più e il tocco delle emozioni non riesce a realizzare nuove fulminazioni.
“Senza mezzi termini – scrive Michelangelo Zizzi in prefazione – mi sento di poter affermare che FALLO DI RIGORE è un esempio di poesia metafisica, di poesia cioè che scardinando il quotidiano mira a una connessione verticale, che nell’uccisione dell’ IO mira a una più alta identificazione, che alla somiglianza delle cose precipitate nel mondo dei sensi preferisce la somiglianza con le cose sovrasensibili, pur all’interno di una estetica unitaria.”
Il calcio di rigore di Andrea Brioschi riesce ad andare al di là della retorica proponendo una propria modulazione tra quotidiano e cosmico, tra emersione dalle tenebre e abbandoni adagiati alle “reti vulviche”, tra l’immobilità del timore e il risorgere di una dottrina, tra contaminazioni del sangue e ancestrali sussurri.
Le molteplici espressioni della sua compilazione si adagiano morbidamente e facilmente inducono a penetrare qualche interrogativo che, come sparviero all’orizzonte, stuzzica l’interesse del lettore.
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ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 14 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTONIO TAMMARO

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Antonio Tammaro: “Via da quest’arsura” – Ed. Fallone – 2024 – pag. 128 - € 16,00
Un semplice suggerimento suggella gli squarci corrosivi delle attese, delle incertezze, delle inquietudini, che, con profondi annuvolamenti e nella sensazione di bruciori, avvolgono il nostro scrigno dal codice segreto.
Fosforescenti fughe dalla quotidianità si intrecciano allora con le impalcature di una vigoria filosofica che impreziosisce la ricerca e prepara lo sciamare delle percezioni a quella moltitudine di immagini, verso il caleidoscopio della metafora.
“Ci rapisce il sentore che/ una tempesta s’alzi tra le garitte/ e venga a squarciare le nostre strade/ con la sua raucedine. La terra/ reca una frangia di pioggia nel costato/ che rimanda la sete: i nemici/ non serrano le bocche per morire/ ma per suggerirci quanto sia bello baciare. / Nel disgelo il seme di Dio/ prova a dirci quello che non sentiamo. / Nel disgelo la sua corrosiva allusione.”
Una tormentata sensazione di annullamento avvolge il poeta che cerca ostinatamente l’aiuto divino, anche se questo difficilmente sarà capace di lenire il pensiero arrugginito dalla banalità. Allora: la resa o il tenace vorticare di fantasmi? La supposta logica dell’infinito o la vacuità dell’illusione? Il fuggire dell’annebbiarsi degli anni o l’addensare nelle pupille querule il luccicare della speranza?
“C’è, in questa silloge, in cui l’afflato poetico si esprime talora in versi, talora in prose artistiche prodighe e brillanti, - scrive Isabella Bignozzi in prefazione – il gesto del movimento che da mancanze si fa intimo pellegrinaggio di desiderio e attesa. L’emotività emerge in specie quando il dire, dalla piattaforma di un dettato sintatticamente ricercato e peculiare, s’incorona di povertà, “abbassandosi” in locuzioni dialettali che, come tenerezze improvvise, come cadute inverse, potenziano cromaticamente la visione: posandola nel suo ancestrale giaciglio, rendendola più soffice e selvatica insieme.”
Con segni sicuri il poeta propone visioni che si alternano tra i lacerti di scrittori ammalati o “il soffio primaverile che brucia a stento sulle braccia”, tra i rimandi di fughe e passaggi l’eco di voci scomparse, tra la presunta logica dell’infinito e il rosso sanguigno del dubbio, tra “i petali caduti sui tetti sparsi” e la ritualità di un fuoco o di un orgasmo.
Nell’ultima pagina della silloge: “il bisogno delle parole del mondo ma il mondo non ha bisogno delle mie parole, altrove è la realtà che non parla, selciato che si cammina scalzi, finestre spalancate, vetri rotti tra le rovine di una casa diruta, è languore che si spoglia del tetto, delle mura, degli orpelli, è bellezza che non striscia e non dimora nella vanagloria della scrittura.” Pennellate ardenti e coerenti, in un dettato che dimostra il chiarissimo filo della vertigine culturale, il traballante tocco della vanità.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 13 febbraio 2026

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

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“Colori”
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Colori che tremano come le vene aperte,
nel desiderio di pomeriggi inquieti,
tra il blu o nel rosso intriso sulla tela,
forse a custodire silenzi.
La fantasia è una tavola infinita,
strati di luce e ombre sovrapposte,
una ferita lieve, un’ambra impressa
nel ricordo che vibra.
Gialla è la voce che ride improvvisa,
verde è speranza che cresce ad ogni margine,
viola l’enigma dei sogni più notturni,
bianco lo spazio dove nasce fiducia.
Dipingo il tuo volto accanto al mio,
tra schizzi d’azzurro e lampi d’impazienza,
così come un ponte di passioni rinnovate
che unisce e attende l’eco di vibrazioni.
Nel gesto condiviso dei modelli
si sciolgono le antiche lusinghe,
e la tela, specchio di un’anima ostinata,
si fa pergola di passioni cesellate.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = LIDIA FRACCARI


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Lidia Fraccari: “Mantiche allo specchio” – Ed. Fallone – 2025 – pag. 56 - € 15,00
La Mantica è l’antica arte della divinazione, ovvero la capacità di individuare le possibili interpretazioni di presagi, di illuminazioni del pensiero, forse anche dei sogni, insomma possiamo dire l’arte dell’indovino. La incursione di un vecchio specchio può, allora, rimandarci figure e folletti, segnali e colori, che cercano di riemergere sia dalla memoria, sia dalla creatività in agguato in un mondo ignoto. Lidia Fraccari si affida alla meditazione senza mezzi termini, tra gli esempi di una metafisica e l’avverarsi della fuggevolezza.
“Rifletto in uno specchio qualunque. / Datato, tarlato, giunto da epoche diverse, / mi chiede in quante vite viviamo. / Qui servite in un unico drink/ si mescolano entità dualità anime.”
Un sorso di alcool che immediatamente giunge alle circonvoluzioni cerebrali e si intromette fra i segreti del nostro subconscio. La poesia indaga con cautela, con tempestività avvedute, con il dinamismo del ritmo incessante delle sillabe, e riesce a concentrare nei suoi versi tutto ciò che appare come immagine trattenuta all’emergere delle metafore.
I sentimenti emergono con sottili drappeggi e sorprendenti interrogativi: “contrire la gioia dopo averla abusata/ o bere dalle tue lacrime/ dopo aver pianto insieme.” “sangue, piombo, bile/ occhi fuori da sforzi/ contorci le interiora / perfori lo stomaco/ conosci le arti antiche/ delle autopsie coscienti.” “mentre da fuori ti chiama la vita/ tu guardi altrove/ noi passiamo come fumi leggiadri/ in camini accesi. / E quando si spegne il fuoco/ resta la cenere di un IO morto.” “Nell’ora tarda contemplo/ assorto il cadavere/ e acquisisco in lui/ la mia scienza esatta/ del passaggio transitivo e ignoto/ che si destina ad ognuno.”
Un caleidoscopio di pensieri che avvinghiano il lettore e lo sottopongono energicamente al mitico dubbio di ogni esistenza. Amore o morte, lotta o indagine, speranza o arresa?
Scrittura matura, ad un livello variegato che inclina alla introspezione.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = SILVANA LEONARDI


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"INCIAMPO E BARC-R-OLLO"
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inciampo e barc-r-ollo
mi spezzo in echi
in frammenti
di specchi
con
voce d’ombra
canto ciò che resta
la foce che dimentica
il fiume sulla riva deserta
la Luna sparita che ritorna
al centro del mio centro
sventrando coscienza
cadere
nell’imbuto
dentruscendo
dalla bocca/faglia
eruttando rimpianti
piegati in fiore di ferro
confessioni senza data né ora
maschera abbandonata per scoprire
la verità in volto
combustione (a ritroso)
sguardo ficcato profondo
dove desiderio afferra
il volo sospeso
nella materia più densa
attraverso il fondo/mondo/tondo
dove ogni racconto svanisce
dove il sogno abbandona
la pelle/pellicola
nel quotidiano
svolgersi avvolgersi
e scende
nel luogo indicato
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"SULLA SOGLIA DEL TEMPO"
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chiusa
nell'ombra
arriva nera marea
di violenza inaudita
vertigine liquida rompe
e irrompe silenzio
sulla soglia
del buio
l’oscurità del mare
morbida di crepuscolo
sorprende ondate di memoria
inquinati segnali cenni di persistenze
trasparenti abitate scenografie di un nulla
pericolosamente attraversato interno labirinto
di muti segni di parole mute fa spazio alla luce
nella vischiosa unta e atra spirale del vuoto
dare senso al presente è un’ardua impresa
nell’effimero transitorio vivere comune
urticante ultima danza lampeggiando
precaria luce custodisce assenza
forma funesta sul proscenio
teatrale dell’angoscia
stride bastardo
strappa
la pelle ai vivi
la memoria ai morti
l’orrore
permanente
connettoma corrotto
sul bordo inabissato dell’abisso
pornografica esponenziale
follia destinata
al perenne
rifiuto.
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"SE MALIGNO FURORE"
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se maligno furore
m' arrivuglia
bevo
bevo e ribevo
annegando l’angoscia
un tempo spleen o male di vivere
ora erroneamente appellato indigestione mediatica
per le troppe notizie di un mondo che affoga in un deserto
che avvampa in un silenzio glaciale d'indifferenza globale
fragile foglia esposta a mille venti impotente a scuotere
alberi scuoiati per bacchiare nocciole di terrore
incapace di scuotere coscienze per risvegliare
le menti addormentate in un sonno di morte
e con la mente allegra/mente inquinata
avvitata ingarbugliata in pensiero
ostile
iommero
d’ostinato rimorso
d’imperdonabile errore
nel grigiume puntinato di uno schermo
lattiginoso in un gioco di sguardi subalterno
scudo di fragilità contro l’irrisione dei succubi
dell’occulto potere di cosche cincischiate
colluse con gli oscuri mostri in agguato
nulla di tanto effimero e perenne
come i denti affioranti
dello squalo
e i coltelli nascosti
tra i marosi del Mar degl’Infami
nel tremendo crescendo di tempesta
che infesta tutti i sogni e i pensieri d’amore
morte tutte le rose e archiviate speranze
amore occultato e smarrito tra le spine
non resta che certezza e conforto
d’imprescindibile
fine
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SILVANA LEONARDI

mercoledì 11 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI === ROSARIA DI DONATO


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“Preghiera in gennaio” di Rosaria Di Donato (Macabor, 2021 pp. 78 € 12.00) attinge la sua forza ispiratrice dalla luce di umanità che circonda i versi e mantiene, nella ricchezza spirituale, il messaggio universale di un canto in armonia con la compassione e l'amore per il tutto. Rosaria Di Donato trasmuta la sua poesia offrendo in dono ai lettori una visione di fiduciosa sensibilità e di lucida verità, una motivazione etica e liturgica delle condizioni esistenziali. L'invocazione biblica dell'autrice segue il respiro della sofferenza e dell'indulgenza, nella consapevolezza intensa ed emozionante della conoscenza e del perdono. Rosaria Di Donato osserva il divenire come flusso costante dell'anima, nella perenne traduzione del significato originario, affronta la responsabilità del valore morale, rielabora il ruolo delle figure evangeliche emblematiche del cristianesimo per rivisitare una prospettiva elegiaca immersa nel riconoscimento di una dignità terrena, empatica, concentrata sull'attenzione a un ascolto che mette insieme la tensione romantica e drammatica e l'infinita e profonda devozione verso l'invisibile e il sacro. Sperimenta, nei versi, il sentimento della partecipazione emotiva e la considerazione religiosa dell'amore spiegando il contenuto poetico in una misericordia che soccorre allo stupore dell'uomo e persevera nell'indulgenza. Annida, nella misteriosa regione mistica del dubbio l'esegesi del conflitto interiore, nella misura sospesa della speranza, suggerisce la commovente richiesta di riscatto, dirige il senso contemplativo e teologico della coscienza. Diffonde il tentativo di verificare la disciplina della fede attraverso l'indagine umana, per decifrare la dimensione salvifica, con la meraviglia della rivelazione divina, nella confessione di ogni scoperta speculativa, interroga la validità dell'esperienza restituendone l'asprezza e la soavità della grazia miracolosa. La voce poetica di Rosaria Di Donato si fa espressione di comprensione della realtà, eleva lo strumento essenziale per l'analisi con il legame con Dio, asseconda il sacrificio della parola con l'intento di catturare, con la percezione del trascendente, il pensiero che dischiude lo spirito consacrato nella sua soglia da oltrepassare. Rosaria Di Donato compone, nella sua scrittura, una mitopoiesi eseguita nella delicata consistenza di un conforto autentico, nell'invito a rileggere il cammino dell'attualità allontanandolo dalla crudeltà del giudizio e dalla fredda incomprensione del mondo. Scandisce il culto dei riferimenti simbolici nel tempio della fragilità e nel cuore della desolazione, percorre il sentiero della carità lungo gli itinerari riflessi di una gratuita e incondizionata possibilità che rinnova la promessa clemente di una rinascita, oltre l'inesorabilità del destino. “Preghiera in gennaio” sostiene la vicinanza e la trascendenza di una fremente solennità al testo, come appello a esaudire la richiesta di valutare la materia ascetica con la pratica del tempo contemporaneo, destabilizzato da fratture e contrasti, fortificare l'approccio alla benevolenza e alla fratellanza, favorire la difesa dell'innocenza, la ragione e la riflessione critica contro lo smarrimento e la contingenza delle apparenze. Un libro che espone l'invito amorevole a riconoscere il dolore degli altri, mostrare il coraggio che accomuna la direzione del bene e immedesima la sintonia delle intenzioni come aspirazione alla conversione del cuore.
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Rita Bompadre
- Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
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Testi scelti--
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"speranze"
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svegliarsi un giorno
e scoprire che tutto
non è ancora perso
-
rinnovare speranze
rinverdire pensieri
rimuovere dai calzari
la polvere
-
e di nuovo solcare
-
le vie che conducono
al cuore al centro
al senso segreto
di tutte le cose
***
"arcate di luce"
-
arcate di luce nel cosmo
ma preferiamo il buio
le tenebre che invadono
e corrodono
senza un altrove
muto il rumore dei passi
****
"madonna ai monti"
-
al tuo manto rivolti
ci copriamo di stelle
-
sussurro di mare
cingi il mondo di grazia
****
"preghiera"
-
mite ti so
a pregare sotto
una radura di stelle
-
come silenzio
e fuoco
preghiera
-
sciogli ghiacciai
e l'acqua mare
si fa e oceano
-
all'orizzonte
ali d'ulivo
la colomba
-
non è più notte
discende lo Spirito
per inebriarti di luce
****
"renovatio"
-
al tuo spazio interiore
volgi lo sguardo
-
profondamente
cerca la luce
-
dentro te troverai
ruscelli e laghi
-
e tutto ciò che fuori
non esiste più
****
"autoritratto"
-
rosaria azzurra marina
se non fosse il ceruleo
che dagli occhi traspare
nessuno vedrebbe l'oceano
interiore metafisica luce
che all'onda consente
il divenire
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martedì 10 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIA D'ANCA


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Giulia D’Anca: “Camminamento” Editrice Carabba – 2024 – pag.70 - € 13,30
Arsura e veemenza, fino a dare il senso di un fluire intriso di splendore, la poesia in queste pagine ha un rigore vertebrale sottilissimo e contemporaneamente avvolgente. Si sviluppa intorno al tema della febbre d’amore, nella precisa percezione del sentimento che regola gli affanni di Eros.
La passione insidia anche la corsa del tempo e rimanda spesso alla vertiginosa reazione che l’istinto e “il camminamento” cercano di mantenere in un equilibrio troppe volte instabile.
Giulia D’Anca non è nuova alla poesia, ma in questo libro offre forse il meglio del suo percorso, o di quello che chiama Camminamento. Fulminee impressioni-riflessioni che si condensano in versi desultori e che si muovono in misteriosi analogismi inducendo non già alla comprensione ma all’enigma da cui le emozioni scaturiscono. Allusioni dialogiche, domande sorprendenti, nitore di sguardi, slittamenti di sensi, confessioni professe, pluralità di ardori e sentimenti. Una poesia avvitata alla sua rabdomanzia, agli affondi che vivono in immagini ardite e metamorfiche. Nell’espressività ritmicamente rotta, un ben ponderato lirismo, una dizione interiore che s’inarca – come suggeriscono alcuni versi.
“Nessun colpo/ andava a segno, / sono foglia caduca, / quando cala la notte/ m’impiglio, nessuno mi tocca/ se non il tempo./ Sono foglia/ che non crede/ alle guerre per la morte./ Sono foglia di acqua, collasso nei fondali, / il mio humus / si ciba, / le radici s’appigliano/ al cuore della terra. / Sono foglia di cielo, / volteggio nello spazio pretestuoso/ dei venti, / dolcissimi, taglienti.”
Si costruisce con coerenza e delicatezza una metafora centrale, quella della foglia, che diventa emblema della fragilità e insieme della resistenza e dell’esistenza. Il verso iniziale suggerisce un senso di disarmo e di fallimento, subito trasformato in accettazione del tempo come unica forza che davvero incide sull’essere. La foglia non è passiva: attraversa notte, acqua e cielo, assumendo forme diverse senza perdere la propria identità. Molto efficace è il rifiuto delle “guerre per la morte”, che introduce una posizione etica pacata ma ferma, lontana dalla retorica.
L’immagine dell’humus che si ciba di sé stessa restituisce una visione ciclica e fertile del dolore e del collasso. Le radici che si aggrappano al cuore della terra rafforzano l’idea di un legame profondo e necessario con l’origine.
Nella sezione finale, il passaggio al cielo amplia lo spazio simbolico e dona leggerezza al testo.
I venti “dolcissimi, taglienti” chiudono con una tensione sensoriale ben calibrata, che tiene insieme carezza e ferita. Il linguaggio è essenziale ma denso, capace di suggerire più che spiegare.
Tutta la silloge, con le sue densità policrome, nel complesso convince per unità tematica, chiarezza simbolica e maturità dello sguardo, e per un afflato continuo che si esprime con immediatezza sia nei gesti vibranti, sia nei movimenti intimi di desiderio e di attesa.
E altrove si affacciano le ipotesi di condivisione del silenzio, di strazianti avversioni che turbano il sogno, di ferite rinchiuse e di boccioli profumati, di memorie sullo sfondo di lampeggi, o il bisogno di fare e disfare la riva di un mare che lambisce.
Per il poeta anche la contemplazione muta nello splendore di un percorso che parte dal labirinto e riconduce agevolmente nell’equazione perfetta della visibilità.
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ANTONIO SPAGNUOLO

SEGNALAZIONE VOLUMI = RITA NAPPI

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Rita Nappi: “Tra donne” – deComporre edizioni 2026 – pag. 128 - € 10,00
Nei ringraziamenti di fine volume la poetessa scrive: “Potrebbe essere senz’altro un libro dedicato, ma credo non sia così. Si tratta di una storiografia di amori duraturi, alcuni flebili e altri impregnati di dolore. Si chiude un ciclo. Si chiude, forse, anche un po’ di più il cuore, a doppia mandata. Ho aspettato cinque anni per pubblicare un nuovo libro e forse questo è il momento giusto per rimandare alle dirette destinatarie il giusto valore dei sentimenti vissuti.”
Tra accenni di un diario e sfumature di colori, tra l’essenza piena dell’esistere e un pastoso simbolismo, tra i frastuoni della quotidianità e il ribollire dei sentimenti più intimi, la poesia ricama lo stupore del riferire e il fluire delle palpitazioni.
“Se tu fossi fine, / amerei la tua chiusa/ come l’abbraccio prima dell’addio/ il buon viaggio delle partenze/ l’ultimo morso che sa di sazietà. / Se tu fossi inizio/amerei il gusto del primo bacio/ come l’incipit del tuo buongiorno/ il ballo al tramonto/ la canzone che si sceglie alla radio. / Se tu fossi qualcosa,/ sapresti di buono./ Ed è quello che sei/ al mio cuore.”
Un tempo, che appare sempre eguale, segna il pensiero che fa capolino per mostrare i segni delle fugaci brezze e o le ferite che congelano lacrime. Il ritmo dei versi, tutti brevi e privi di una metrica predefinita, si “sorseggiano” come da un calice che è capace di mantenere sempre alto il livello per lasciare possibilità di assaporare senza sosta le frequenze emotive che propongono petali variegati e luminosi.
Così anche le mani sanno palpare l’addio e comprendono bene come si diventa estranei attraverso la corrosione dell’amore, bruciacchiando gli errori paralleli o girando intorno all’angolo, offrendo un affetto misto al vino “in una stanza senza tempeste”, inseguendo bagliori perché “Ancora una volta/ nel mio cammino/ sento l’addio/ sulla pelle, / nelle ossa/ tramortite/dal tuo volo lontano”.
Fotogrammi in sequenza serrata danno la luminosità di un canto che invoca ancora una volta la libertà della donna, la quale deve e può raggiungere la speranza di abbandonare definitivamente ogni catena che la sminuisca, e che la metta in difficoltà sociale o morale quando si accosta ad un amore clandestino, o mentre il desiderio diventa finalmente forza che abbandona ogni divieto alle oscillazioni, alla tenerezza, alla capacità di mescolare sacro e profano.
La metafora è una essenza piena, costantemente sagomata nella scrittura di queste poesie che oscillano elegantemente tra il visibile e un vigoroso sussurro.
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ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 9 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = VALERIA SEROFILLI


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Valeria Serofilli: "Il cappello a fiori" - Ed.Leonida - 2026 - pag. 102 - € 14,00
Conoscete tutti la poetessa Valeria Serofilli, presidente da oltre vent’anni del Premio Internazionale Astrolabio, continuatrice impeccabile del premio creato da Renata Giambene, animatrice degli Incontri letterari del Caffè dell’Ussero, un riferimento culturale della città di Pisa. Poetessa di grande spessore, ha scritto molteplici raccolte di poesie, la Tela di Erato, Fedro rivisitato, Nel senso del verso, Amalgama, La parola e la cura, I Quaderni dell’Ussero, e poi Vestali, Taranta d’inchiostro, Il principio della scorta, che ho avuto l’onore di presentare, in diverse occasioni.
Questa, una raccolta poetica, complessa, composta da tre parti, di fatto tre raccolte, di cui la prima di poesie, la seconda di Haiku, la terza dedicata alla mitologia che è uno dei riferimenti classici nell’intero repertorio di Valeria.
Poesia di svolta che chiude un’epoca e ne apre un’altra, seppur nella continuità dei temi tipici della sua poesia a cui se ne aggiungono di nuovi, oltre che ad allargare il significante a nuove forme di linguaggio espressivo. Una raccolta di cui è protagonista il passare del tempo come citato nella nota in esergo:
Siamo inchiostro / nella cartuccia / del destino
Nella prima parte è protagonista il tempo i cui eventi sono in modo imperscrutabile nelle mani del destino. Il tempo che contempla anche inevitabilmente il rapporto con la morte, come emerge dalla poesia incipitaria, il cui titolo da nome alla raccolta e poi dalla successiva poesia Funzione religiosa. Un modo di rappresentare questo passaggio, non in maniera drammatica o triste, ma naturale, accettata come qualcosa che fa parte della vita stessa. Anche la personificazione della morte non ha i connotati tipici, ma è una signora distinta, seducente, elegante appunto col cappello a fiori, con gli occhi freschi, gentile nei modi
Sfiorandomi le ciglia/ m’inviterà a seguirla / perché sa che sugli occhi/ non voglio / alcuna conchiglia
Il tempo è ancora presente nella sua pseudo circolarità come nella lirica Eterno ritorno, dedicato a Nietzsche.
La versificazione conferisce una musicalità dolce e fluente attraverso un uso sapiente della rima, mentre l’uso del polimetro consente di seguire con efficacia e leggerezza lo stato d’animo che pervade queste liriche. Una poesia di natura ermetica, non solo per la brevità di alcune liriche, ma soprattutto nel senso di Hermes, dell’oscurità e dell’impenetrabilità che caratterizzano il canone espressivo, in cui il riferimento a Luzi, che Valeria, ama non è casuale.
Nella seconda parte, Haiku al Ragù, c’è l’approccio verso una forma di contaminazione di una espressione giapponese come l’Haiku in chiave nostrana, sia sul piano del significato che del significante, in cui la forma originaria si amplia per dare respiro a una composizione di natura esclusivamente sintetica ed evocativa. Torna il tempo nella ciclicità delle stagioni, un omaggio alle Quattro stagioni di Vivaldi, quasi a voler stigmatizzare una contiguità di queste due espressioni artistiche, la musica e la poesia.
Liriche in cui, per ogni stagione, gli elementi naturali si associano a quelli spirituali.
La primavera come il mistero del risveglio e della passione di Cristo. L’estate con il deserto marino e le stelle cadenti, foriere di improbabili sogni. L’autunno con l’amore maturo, con le ali spezzate degli angeli, al fine di evocare la precarietà della natura e dello stesso paradiso. L’inverno con il ghiaccio contrapposto al calore del cuore, all’intimità delle feste.
E poi ancora i Microcanti Danteschi, gli eventi e i personaggi della Commedia, attualizzati e sintetizzati in strofe di tre versi, attraverso una geniale distorsione dell’uso dell’Haiku e per questo originale e stimolante.
Selva oscura / che la via è smarrita / a metà vita
Mela peccato / Paolo e Francesca / Adamo Eva.
Infine la terza parte, dedicata ai miti, Alfeo, Aretusa, Nettuno, poi un sonetto d’amore in stile e omaggio a Neruda, e per chiudere, una sorta di micro pezzo teatrale, già sperimentato in precedenza, come nel Principio della scorta.
Insomma una raccolta poetica che accanto alla speculazione sui temi pregnanti dell’esistenza, il tempo che passa, l’impossibilità di trattenerlo, l’amore, il mistero della morte, unisce una sperimentazione coraggiosa, che ritengo completamente riuscita di nuovi linguaggi e nuove forme espressive, superando la dicotomia tra significato e significante, una questione aperta nella poesia di oggi che vedeva in passato i due ambiti essenzialmente separati e distinti.
Una raccolta che attinge, interpretandole in maniera originale, forme espressive derivate da altre realtà poetiche anche lontane dalla nostra sensibilità, che tende a universalizzarsi, che guarda oltre, additando forse quella che potrebbe essere l’evoluzione futura della poesia.
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FRANCO DONATINI

SEGNALAZIONE VOLUMI = PAOLO RUFFILLI


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Paolo Ruffilli: “Incanto e disincanto” – Il ramo e la foglia edizioni – 2025 - pag. 232 - € 19,00
Titolo affascinante e suggestivo che chiaramente allude alla valenza musicale del ritmo cadenzato dell’elemento sonico, nel ricamo dei versi genuinamente legati alla quotidianità della vita. Un saggio dalla piena essenza che ripercorre le infinite tappe della poesia del novecento. Non è un’antologia, bensì una selezione critica, illuminante e rigorosa, del panorama poetico dell’ultimo secolo. Un’attenta schedatura di settantuno autori che hanno lasciato il segno indelebile nella storia della letteratura.
Prefazione di una perfezione unica, ricca di determinatezza, precisa e solidamente ancorata ad uno studio accorto ed aggiornato intorno alla scrittura poetica attraverso il tempo e stemperando il bagaglio culturale necessario ad una ricerca che riesca ad avviare il lettore nel coloratissimo ventaglio della parola e del simbolo. Da essa ci piace estrapolare l’incipit.
“La poesia, lo sappiamo, è una forma particolare di comunicazione verbale in cui la lingua usata non è necessariamente diversa da quella della comunicazione quotidiana, eppure l’esito è completamente diverso. Perché le sue parole non sono rivolte a chiarire un concetto, ma a “incarnarlo”, a farlo cioè vivere con tutta la sostanza e la forza dei sentimenti ad esso legati e collegati: paura, amore, incanto e disincanto, odio, sdegno, distacco. Ciò che cambia, insomma, è il ruolo che assumono nel linguaggio poetico le operazioni di selezione e combinazione delle parole. Nella poesia, infatti, queste non hanno più lo scopo di comunicare ordinatamente informazioni e conoscenze, ma di creare soluzioni espressive ricche di valori musicali e ritmici capaci di evocare, anzi di scatenare, sia nel dettaglio sia nelle amplificazioni e sovrapposizioni, tutta una serie di immagini.”
Osservazioni che io condivido in toto, stordito attualmente da una certa maniera caotica di offrire lo sperimentalismo in questi ultimi anni, distruggendo le frasi, smembrando il verso, abbandonando del tutto la metrica, disconoscendo il ritmo della modulazione delle sillabe, proponendo frasi allucinatorie che difficilmente possono essere comprese.
Per ogni scrittore Ruffilli stempera una critica ragionata, precisa e puntuale, prendendo sempre in esame le opere di ciascun poeta, nella scrupolosa ricapitolazione delle produzioni.
Gli autori presenti sono: Elio Filippo Accrocca, Alberto Arbasino, Raffaello Baldini, Nanni Balestrini, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, Giovanna Bemporad, Attilio Bertolucci, Carlo Betocchi, Alberto Bevilacqua, Piero Bigongiari, Ignazio Buttitta, Giorgio Caproni, Vincenzo Cardarelli, Bartolo Cattafi, Giovanni Comisso, Sergio Corazzini, Stefano D’Arrigo, Eduardo De Filippo, Libero De Libero, Luciano Erba, Franco Fortini, Alfonso Gatto, Virgilio Giotti, Giovanni Giudici, Alfredo Giuliani, Corrado Govoni, Guido Gozzano, Tonino Guerra, Margherita Guidacci, Francesco Leonetti, Franco Loi, Gian Pietro Lucini, Mario Luzi, Biagio Marin, Filippo Tommaso Marinetti, Eugenio Montale, Elsa Morante, Marino Moretti, Alberto Mario Moriconi, Giacomo Noventa, Ottiero Ottieri, Elio Pagliarani, Aldo Palazzeschi, Alessandro Parronchi, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Albino Pierro, Antonio Porta, Antonia Pozzi, Salvatore Quasimodo, Giovanni Raboni, Clemente Rebora, Amelia Rosselli, Roberto Roversi, Umberto Saba, Edoardo Sanguineti, Camillo Sbarbaro, Franco Scataglini, Rocco Scotellaro, Vittorio Sereni, Leonardo Sinisgalli, Ardengo Soffici, Maria Luisa Spaziani, Giovanni Testori, Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Giorgio Vigolo, Emilio Villa, Paolo Volponi, Andrea Zanzotto.
Corpo vividamente pulsante la tradizione ha sempre continuità ed evoluzione nella imperitura fede del discorso poetico.
E’ un messaggio, quindi, il lavoro di Ruffilli: un atto di fede nella tradizione, la fiducia, forse anacronistica ma necessaria, nella possibilità che la poesia, anche nell’epoca del Collasso del Simbolico, resti un modo di conoscenza ancora valido. Incanto e disincanto diventano cognizione policromatica e sorgente di nuove energie.
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ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA


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"Alessia e il libro di poesia"
(a Sylvia Plath)
-
Scrive con vaga grafia, Alessia,
nell’aria disadorna senza fiato,
inchiostro rosapesca come l’estate
o l’inoltrata primavera.
Scatta il volo di un gabbiano
e trasale Alessia azzurrovestita
nell’aria vegetale della consecutiva
attesa. Sulla scrivania I fiori del male,
sua lezione per la vita e la
scrittura accade dalle mani affilate
come un attimo disadorno
come un bagliore Alessia
alla trentesima poesia
del suo libro per la vita,
pioggia a cadere esteriore
sulle cose senza tempo in segno
di vittoria. A destra il mare
a sinistra una nube bluastra
gioca a farsi ragazza o cavallo.
Epifanie del nulla, a poco a poco
tutto si ricompone, ecco lo squillo
del telefono, la voce di Giovanni.
-
È il 1984 attesa sgretolata ecco
il primo appuntamento
ci sono il parco, la panchina e le labbra
da baciare.
-
Raffaele Piazza

domenica 8 febbraio 2026

POESIA = STEFANIA GIAMMILLARO


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"Cambio turno"
-
Ha un che di malinconico
nel cenno il dondolio
che arranca al passo del carrello
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uno zig-zag estremo
fino al cambio di turno
notturno che tramonta all'alba
-
la chioma bianca con mèches celesti
avanza appoggiando
la scopa sui binari:
ha finito adesso di pulire i rinali.
-
L'ombra aperta sulle costole
saluta di spalle il putrido animale
soffiarsi il naso è il gesto imposto
per accettare un nuovo odore tra gli umani.
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Che ne sanno le case della lentezza
dei tetti scoscesi sull'urna
mentre il treno avanza tiepido
e disvela cecità
di frane, sporcizie, smottamenti
appena sopra l'estate
l'attimo dopo la curva di passaggio
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Avere scarpe da indossare
fino a consumarle
fino a che il calzolaio dice
che non c'è più nulla da fare
che conviene
comprarne di nuove
e non avere idea
di come sostituirle
se non cambiando qualcosa di sé
-
Come quel fermaglio
usato allo stremo
a sollevare pensieri
a liberare la fronte
da ogni misericordia
finché la molla non si spezza
e si conserva il fermaglio
non trovandone un altro
che possa sostituirlo
-
c'è un filo invisibile
che lega l'anima all'oggetto
vivificandolo
trasferendogli suono, sapore
o argomento
-
solo A. ordina pane e psicofarmaci
senza distinzione
lei maneggia oggetti
per spolverare intorno
io li tengo in vita
per non dimenticare
da dove vengo
e dove ritorno
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STEFANIA GIAMMILLARO

SEGNALAZIONE VOLUMI = BARBARA DALL'IDRO


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Barbara Dall’Idro: “apokatàstasis” – Ed. Nulla die – 2026 – pag. 80 - € 15,00
Ecco una raccolta serrata di composizioni, tutte senza titolo, tutte senza punteggio, tutte senza maiuscole, che diviene canto uniforme e musicalmente ricamato, in tre sezioni “labirinto”, “fascinazioni, “panismo”, indubbiamente per chiara disponibilità all’indagine propria del sub-conscio.
Tra le innumerevoli pieghe del tempo, della caotica immanenza del quotidiano, delle vertiginose trasformazioni del pensiero, degli intarsi ombrosi del dolore, delle false colorazioni dell’illusione, la parola, prima scritta e poi sussurrata, incide con eleganza e complicità nel dettato poetico.
“ostaggio della memoria
in una stagione che non mi appartiene
tra prostrazione e vigore
non mi concedo al deperimento
in una dimora di ghiaccio
fomento il fuoco
per denudarmi sempre di ogni orpello
e godere imperitura
di una sacra visione
viatico per il nitido spasmo”
La scrittura si muove lungo una tensione continua tra immobilità e slancio, facendo della memoria non un semplice deposito del passato, ma una forza viva che trattiene e insieme alimenta. La “stagione che non mi appartiene” suggerisce uno scarto esistenziale, un tempo vissuto come estraneo, dentro il quale il soggetto però resiste con consapevole energia. L’opposizione tra “prostrazione e vigore” costruisce una dialettica feconda, in cui la fragilità non annulla, ma rafforza la volontà di non cedere al deperimento. La “dimora di ghiaccio” è immagine potente di isolamento e rigidità, subito riscattata dall’atto attivo del “fomentare il fuoco”, gesto creativo e salvifico. Il linguaggio tende a una spoliazione progressiva, coerente con il desiderio di “denudarsi di ogni orpello”, fino a una nudità essenziale dello sguardo. In questo percorso, la memoria diventa strumento di purificazione più che di rimpianto. La “sacra visione” introduce una dimensione quasi mistica, mai enfatica, ma interiorizzata. Col termine “viatico” rafforza l’idea del testo come passaggio, come soglia. Il finale, con il “nitido spasmo”, fonde chiarezza e dolore in un’immagine di rara intensità. Con questi passi frammentati tra luci ed ombre possiamo affondare tra le pieghe del frastuono, “custodire radici secolari”, affrettarci “oltre la risacca del lenzuolo silente”, tremare “tra le folate solforose della discesa agli inferi”, “esaudire le metamorfosi del primigenio fuoco”.
Il tracciato policromatico di Barbara Dall’Idro convince per compattezza simbolica e rigore espressivo, voce lirica matura, attenta alle curve contemporanee dello sperimentalismo ma ben sostenendo il classico scandire delle sillabe, ed infine capace di trasformare il conflitto interiore in conoscenza. ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 7 febbraio 2026

RIVISTA = KENAVO'


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E' in distribuzione in questi giorni il numero 80 della elegantissima rivista Kenavò fondata, realizzata e diretta da Fausta Genziana Le Piane, elemento di spicco nella rappresentanza valida della cultura contemporanea-
Firmano questo fascicolo, particolarmente interessante per i numerosi interventi, Plinio Perilli, Carlo Di Legge, Paolo Ruffilli, Francesco Liberti, Carla Di Stefano, Anna Manna, Maria Rosaria Catalano, Giusy Pisano, G. Michelone, Aurelia Rosa Iurilli, Enrico Finocchiaro, Elisabetta Tassi, Damiano Ricca, Paolo Carlucci, Roberto Casati, Donal Ryan, Roger Ballen, Maria Rita Magnante, Fausta Le Piane. L'Inserto a cura di Fausta Genziana Le Piane "Leggendo ho scoperto mio padre" porta liriche di Clara Di Stefano, Giuliana Prescenzo, William Blake, Renato Zero. In copertina William Butler Yeats.
Per contatti : faustagenzianalepiane@virgilio.it =

SEGNALAZIONE VOLUMI = CARLA CENCI


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Carla Cenci: “L’angelo altrove” Ed. Lepisma – 2024 – pag. 73 - € 13,00
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Nei vari contesti sperimentali odierni che chiedono alla poesia di essere ciò che non è, senza il ritmo cadenzato delle sillabe ed il pungolo delle emozioni, e tentano di abbandonare il suo humus e il suo linguaggio appiattendosi sempre di più in una prosasticità arida senza più il sin¬tomo del metafisico, senza musicalità, si avvicendano tentativi incredibili di scritture, decisamente privi di un tessuto di comprensibilità. Ma per buona sorte ancora molte voci si sono autorevolmente espresse nel riconoscere la necessità di comporre degnamente il configurarsi delle strofe, nella nobile articolazione della testimonianza.
“L’angelo altrove” nella sua concatenazione di effetti positivi rappresenta agevolmente il tributo di chi sa gestire in contemporanea un bagaglio culturale abbastanza condensato e l’abilità di comunicare gli slittamenti della narrazione.
“Gran parte delle liriche che compongono questo libro- scrive Giuseppe Cerbino nella prefazione- raccontano scene di vita quotidiana che si svolgono prevalentemente a Roma e che però trasfigurano sempre qualcosa di fecondo e numinoso; la capacità espressiva di Carla Cenci consiste proprio nel rendere “paradisiaca” ogni vicenda minima e di far scorgere in essa una presenza invisibile.”
Molte poesie colpiscono per la densità visionaria e per l’uso di immagini aspre, quasi fisiche, che restituiscono un senso di soffocamento morale ed esistenziale. Il lessico corporeo (“masticare”, “albume dei canini”, “respiro ammutolito”) rende concreta una guerra che sembra più interiore che storica. Notevole il contrasto tra l’apparenza borghese delle “giacche di perbene” e il “ménage di fango”, che smaschera l’ipocrisia dei ruoli sociali. Il soldato diventa figura simbolica di chi inchioda il silenzio, di chi esercita una violenza muta e necessaria. Il buio, personificato, introduce una domanda radicale sul senso del vivere e del vedere. Il verso finale, spoglio e dimesso, sceglie la sottrazione come gesto etico ed estetico. Ne emerge intensità, consapevole, che affida alla discrezione del nulla una forma alta di resistenza.
“A masticare un gorgo
i soldati in ménage di fango e i cuori
sotto giacche di perbene apparenti.
Dietro il platino dei visi posticci
so aspettare l’albume dei canini,
so di questi un soldato quando inchioda
un respiro ammutolito alla porta.
Dice il buio, che chiede
se lavo ancora gli occhi nella vita
e io di me dentro i suoi
discretamente nulla, niente più.”
La limpida semplicità fanciullesca si riflette nel pesciolino rosso chiuso nella sfera, o “nello stare ad ascoltare/ la cometa, che decanta nel traffico”, o, terminato il convivio, “Fine pranzo nel candeggio,/ tovaglie/ all’oblò di domenica, consueta/ usura di insistenze e la centrifuga/ nel suo continuo, dal suo buio al vento,/ un bucato ingrigito”, o nella lenta lettera che ricompone gli attimi quotidiani della madre.
Scrittura ben cesellata e nello stesso tempo leggera, musicalmente orecchiabile, nella quale il tema del tempo virtualmente vorrebbe fermarsi all’odierno, ma abilmente si arricchisce di memorie e si plasma di chimere.
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ANTONIO SPAGNUOLO

venerdì 6 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = JACOPO RICCIARDI


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Jacopo Ricciardi: “Il fiume e il buco nell’acqua” – Società editrice fiorentina – 2026 – pag. 64- € 13,00 –
Con una serrata tessitura dell’irruenza, anche felpata, del canto, che si concretizza in una semplice empatia, eccoci alla ricerca del racchiudere forma, contenuti, immersioni, sospensioni, emozioni.
Ancorati al porto della sensibilità, e desiderosi di mettere in luce quanto di segreto contiene il subconscio, la ruota della natura e della storia ritorna ad una visione totalizzante e ideologica che riesce ad arginare il senso dello smarrimento.
Frantumazione del pensiero, frantumazione del verso, frantumazione delle frasi necessitano di una particolare attenzione capace di ricomporre, o comporre, l’adagio che si cela ad ogni fibra.
Ci viene in aiuto Mario Fresa, che con arguta sagacia e brillanti selezioni dirige la collana Pasifae, il quale in quarta di copertina scrive:
“In questo ampio e circolare poema-canto è la lingua stessa a porsi come essenza e motore di un rapporto che lega e stringe, in un aperto e infinibile dialogo, il senso dell’unità e di una fitta molteplicità; ed è la lingua medesima – alta e “sperimentale” non nel senso della pura e semplice eversione formale – a mostrare, qui, una sua autentica vita autonoma e una sua forma assoluta e a sé stante: è appunto essa, ora, che pensa; e non più – o non più soltanto – colui che la crea o colui che, da lettore, la utilizza, l’ascolta, la vive.”
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“Il velo nella buca e l’inchino
per gioco, come solleticato nel vento, una
linea tracciata agrodolce
sul petto limitato, l’intingolo
e il segno più giù, lì impresso, nel
senato,
quanto si appaga,
la fretta dilaga per sempre.”
I versi si muovono in una zona di confine tra corporeo e simbolico, dove il gesto minimo diventa rivelazione. Il lessico sensoriale — dal “velo” all’“intingolo” — costruisce una trama tattile e visiva che coinvolge il lettore in modo diretto, quasi fisico. L’“agrodolce” suggerisce una tensione emotiva complessa, mai pacificata, che attraversa il testo come una linea incisa sul corpo e sulla memoria. L’apparente gioco si carica progressivamente di gravità, fino al sorprendente approdo al “senato”, luogo metaforico di giudizio e deliberazione interiore. Qui l’esperienza individuale sembra farsi collettiva, sottoposta a una legge più ampia e impersonale. Il ritmo franto e gli enjambement accentuano l’idea di fretta che “dilaga”, dando forma a un tempo che sfugge e travolge. Intimità e riflessione hanno un non so che di allusione che cerca disperatamente un equilibrio raffinato.
“Il velo” suggerisce insieme pudore e rivelazione, un confine sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta segreto, “La buca” introduce una verticalità negativa, un vuoto che può essere caduta ma anche sepoltura fertile. Tensione visiva e morale, quasi un gesto sospeso nel tempo.
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L’alimento delle illusioni e delle allusioni diventa entusiasmante, prestando fede alla ragione e contemporaneamente al così detto attimo fuggente, il quale, guarda caso, non si è ancora realizzato ma è già passato.
Jacopo Ricciardi “Lucido e bislacco” (lui dice) stende contatti e divaricazioni, manda in fumo “corteccia sonora”, conteggia dischi ed amori, “cela l’etica delle connessioni”, legge e rilegge sul fondale di una mappa, mostrando come giungere dal sogno alle folgorazioni.
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ANTONIO SPAGNUOLO

giovedì 5 febbraio 2026

SEGNALAZIONE VOLUMI = FABIO VALDINOCI


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Fabio Valdinoci: “Argine degli angeli” – Ed. peQuod 2025 – pag. 60 - € 14,00
Anche se suddivisa in tre sezioni (Argine valicabile, Il risveglio, Nel regno dei vivi) la silloge ha compatta struttura, sia di scrittura che di proponimenti speculativi, nello scorrere di accenni o figure, di lampeggi o inventiva.
Appaiono così dei fotogrammi che soffiano sulla pagina: “come si apre l’aria/ sul pavimento ricade/ un tutto intatto/ assorbito nel bianco/ da luce immune// in quella foto ebbra di terra/ ancora felice/ con lo sguardo rovesciato/ abitavo un regno.” Vertiginosamente avvolto dalla quotidianità il poeta cerca di inseguire quei sottili presentimenti che fanno ricchezza delle ore in solitudine o nel mormorio di un crepuscolo.
Nel secondo risvolto di copertina Gianfranco Lauretano così conclude: “La poesia di Valdinoci è canto discreto, non spiegato, e non vuole essere neanche confessionale. Poiché nasce come gesto di ascolto, chiede la stessa postura, la stessa intensa attenzione, dato che il sentimento di un respiro presente non appartiene solo a chi scrive, ma anche a chi legge e a ogni corpo che si è sentito, anche per un istante diviso tra la terra e la memoria.”
Le immagini diventano attraversamento del pensiero, probabilità di un transito che cerca ardentemente un approdo magari verso la fede che non si palesa, una dimensione costretta negli spiragli della fortuna, una transizione che agogna al respiro ed evapora nella eternità, un persistere del gusto per una cena amara, un innesto tra lo spazio dei denti e il battito delle palpebre.
“il passo ha una flebile voce/ esce dal fianco/ e vola di bocca in bocca/ per impegno preso/ un nulla di fatto di chi/ posseduto, ospita il silenzio/ attende un altro punto/ di conferimento/ e con un cappio, si lega/ a questo alveare.”
Per Fabio Valdinoci la scrittura è la sua voce, che tenta di dare forma alle sensazioni, ai sentimenti, al fremito della sorpresa, alla evocazione di un “credo” che possa placare ogni ansia interiore.
Ogni componimento, breve nella sua espansione, conserva con rigore il ritmo delle sillabe, che accennano alla musicalità del dettato e rendono elegantemente l’apertura a riflessioni e richiami del subconscio.
“Nell’impermanenza del mattino/ non saremo che ricordi.”
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ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 4 febbraio 2026

MEMENTO --- ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = IVAN POZZONI


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Commento di Nazario Pardini sul tardomodernismo letterario:
"Poesia ampia, aperta, orizzontale, nuova, di rottura, post-moderna o tardo-moderna, del filone neoNavanguardista che azzarda iperbolici sguardi verso contenuti planati in dismisure che oltrepassano l’ordine armonico. Quegli schemi di altro tipo di poesia tesa al fugit, al memoriale, allo sguardo del giorno che passa. Non può non venire a mente, leggendo Pozzoni, l’Ars Poetica di Czesław Miłosz. Di quegli assoli spersi in vertigini paniche in cui l’ordine è determinato da refrain di armoniche armonie. E in questa novità di far poesia (o di far non-poesia) non sono rare impennate di vera sostanza e potenzialità creativa. Con cui il poeta, ribelle e controcorrente, concretizza la sua identità anticonformista e denunciataria, in nessi verbali crudi, ed efficaci e, non di rado, originali."
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Onore a Nazario. Alalali, alalai, alalai.
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CINQUE RIOTS TADOMODERNISTI SCELTI DA NAZARIO PARDINI
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"KALOSKAGACHAZZOI
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In un mondo dove trionfa la καλοκαγαθία, tutti belli e buoni, a blaterar di Gaza in un centro fitness,
i bambini arabi sono magri, noi dobbiamo essere magri e in forma, senza nessuno stress
dei bombardamenti e dei cecchini di Hamas, che rubano (ehm, requisiscono) aiuti alimentari
distribuendoli ai miliziani aggratis e vendendoli ai loro amati concittadini a soli trenta denari,
causa è il blocco fake di Israele, Egitto e Giordania, conseguenza è una nuova strage degli innocenti,
l’aviazione EU sgancia aiuti ad Hamas, l’Heyl Ha'Avir israeliana sgancia bombe irriverenti.
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Noi siamo kaloskagachazzoi, Daino docet, affrontiamo l’uomo medio a calci nei denti, incisivi,
snellendo la funzionalità di fellatio a capo-reparti, direttori, Medi over the media, mass media,
il magazziniere si inchina al capo della cooperativa, l’impiegato al direttore in cerca di incentivi,
timbrato il cartellino, alle 17.00, stile Fantozzi, l’homo medius insipiens scatta in una hilarotragoedia,
con due ore di traffico, arriva a casa e riinizia a fingere di obbedire a coniuge e figliolanza,
i Persiani erano 100.000, i Medi, in Italia 60.000.000, alle Termopili avrebbero causato una mattanza,
l’italiano med(i)o vota Fratelli d’Italia, circa un 20% - come homo inabilis- vota PD,
non ci sorprendiamo di niente, sogn(i)amo il 70% Lega Lombarda, con la dialettizzazione dei TG.
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Siamo kaloskagachazzoi, neutralizziamo la coda di Vaccaro, zanzare scassamaroni in cerca di RH-
l’artista italiano, marionetta cucchiana, s’ingruppa a 00, s’ingroppa i versi senza preservativo,
concependo nuova aurea mediocritas, in onore di Clarabella, al servizio di Gaio Cilnio Mecenate
il nuovo Gaio, «ubi tu Gaius, ibi ego Gaia», dirige, in sottofondo, Mondazzoli, come fosse Caligola
mette in B(i)anca Einaudi la sua Cavalli, brocca vittima del copia/colla, e una serie di minchiate,
come l’opera omnia di Viviani, avrà venduto cinque copie, se hai una testa simile a una mentula,
diventi consulente esterno Mondazzoli, cacciando Riccardi, consulente/direttore, a calci nel deretano
la versione del Doppialingua definisce Lo Specchio di Dorian un affare da (scazzo) Carmelitano.
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"MI AVETE ROTTO..."
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Ribaldi, esempi socio-logici dell’uomo comune, mi avete spaccato il mazzo
io ho cercato di mantenermi umile, a metà sondaggio, ripropongo il Marchese del Grillo
dal 2005, non eravate niente, EGO vi ha antologizzato «Io so' io, e voi non siete un....!»,
da nessuno, con l’aiuto di Polifemo Mondazzoli, siete diventati uomini/donne squillo,
la compra/vendita di autori, vocabolo abrogato, ha avuto un rialzo nel PIL
«cchiú pilu pe' tutti!», u PILU, e a trasformato la neon-avanguardia nellle tigers Tamil.
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Mamma, hai avuto un lutto, è ex-morto il tuo ex-marito, era il factotum della famiglia
mi vuoi sostituire a della cenere in un urna, io me ne frego, e brindo con una bottiglia
di vodka ai fiori di lillà, hai massacrato, giorno dopo giorno, il macellaio bergamasco
l’uomo di ferro ha assunto una scatola di cardiotonici, missile russo sulla strada di Damasco
l’hanno recuperato con una lavanda gastrica, io, mamma, sono l’uomo d’acciaio dietro alle mura
me ne frego se hai 80 anni, attendo Alzheimer o dementia, e ti sbatto in una casa di cura
coi soldi tuoi e la tua reversibilità, seguita da medici e, ogni giorno in compagnia,
non riesci a scalfire, con la strategia del senso di colpa, le mie mura dell’atarassia.

Uomo medio italiano, ti incontro in strada ogni giorno, spingi, rogni, rompi l’anima
ti interessa ottenere il tuo business, i tuoi affari, i cazzi tuoi, non te ne frega di essere un frattale
con lo psichiatra (mio pari) ho concordato una strategia che non è una fisima
1.Ti spiego con calma; 2. Ti minaccio, senza iniustitia, di uscire dal mio spazio vitale;
2. Mi tocchi e contiamo le tue fratture all’ospedale, se sopravvivi a due colpi di jujutsu,
semplicemente, a me, sociopatico, hai il dovere di fare la fine dei disgraziati di Gaza
metti una mano nella bocca del rottweiler e pretendi di uscirne senza che ti polverizzo,
sei un idraulico, un meccanico, un muratore, la feccia dell’umanità: non me ne frega una mazza.
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Il riot dovrebbe continuare con i lazzi/scazzi della mia fidanzata (compagna, partner, camerata)
lo schema semiotico non mi lascia spazio, Tania Ferro, ‘sta volta te la sei scampata.
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"INVECTIVA IN IULIUM CAESAREM"
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Lo farebbero Dossi, Tarchetti, Lucini e Sanguineti, non l’ultimo Sanguineti, dissanguato
io, che brianzolo duro, sono erede della linea lombarda (e della Lega Lombarda) attacco Caezar,
1. Cesare stava sotto il Padus, leader di Roma ladrona, da noi celti non è mai stato amato,
2. Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar
nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem,
Romano e frocio, come Pasolini, ad entrambi, i bruti, cantarono un amaro requiem.

3. Caesarem magnus cinaedus Romulaeque lupae filium, scrive Catullo e non si scusa
rientrando nelle grazie del cinedo, dopo avere rincarato la dose Nihil nimium studeo,
Caesar, tibi velle placere, nec scire utrum sis albus an ater homo continuando nell’accusa
il divo, divertito dall’essere chiamato finocchio, non usa la testa di Catullo come trofeo,
come avrebbe fatto Caligola, Lucano è amaro: hic furor, hic rabies, hic sunt tua crimina, Caesar;
hoc facinus Latii non parva ruina est, è una frase da notte degli Oscar,
Giovenale, come il nostro Giovenale, non si sbilancia lanciando un accusa democristiana
Marziale, essendo di DP, descrive il nostro, senza ritegno, come una divina mezzana.
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4. Non bene conveniunt nec in una sede morantur. Maiestas et amor. Caesar, utrumque tenes
Marziale, è molto sottile, non molto marziale, accusa Cesare di fare il dictator con lo scopare
la Policane arrossirebbe, esperta di carrierismo sessuale, associata, senza contrarre l’herpes,
andando di lingua crede di essere l’Avallone, 1/2 accademia ride e l’altra cerca soddisfazione
Giulio Cesare, fingendo di ricevere la corona da Antonio, ha creato un precedente
nell’Italia moderna la corona d’alloro lirica - come a Dante- spetta ad ogni deficiente
non infierire, inveire, è prerogativa dell’intelle(a)ttuale senza un minimo di scorza
io cerco di chiudere dignitosamente l’ultimo verso, liberandomi dalla camicia di forza.
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"L’ITALIA: IL PARADISO FISCALE"
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Oggi, senza scoperchiare la fogna di freelance, ninfomani in carriera e mestieranti: cioè, un giornale,
nelle mie fonti serie mi sono imbattuto nella true/fake news: l’Italia fa dumping fiscale.
Guardo da dove arriva la dichiarazione, credo Trump, e - come da alcuni mesi- arriva dall’Eliseo
non è il solito imbecille di Macron, Salvini se ne sarebbe fatta una ragione, dichiarazione di Bayrou
in crisi di consensi a una settimana dal voto di fiducia deve rompere, ad ogni italiano, uno Zebedeo
e, a una nazione in default (nascosto) da anni, cerca di far compiere miracoli degni di Gesù.
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Con una intelligenza vicina all’intuito di una lontra, interviene immediatamente la Presidenta Meloni
dichiarando di avere raddoppiato (2016) i vari oneri forfait verso chi si trasferisca nella nostra alcova
l’Italia è un Inferno fiscale, che cappio di Paradiso fiscale, Dante si toccherebbe entrambi i Maroni
con un carico di tasse del 70%, disincentiveremmo l’avvento dell’azienda dei testimoni di Geova,
con sede legale USA, e con la trappola della double tax sulle pensioni, incuneiamo chi è scappato via
ricostruendosi una vita, con la pensione minima, pignoramenti, ipoteche, nella ex ridente Bulgaria,
Bulgaria e Moldavia che, con la minaccia crucca dello spread sui mercati internazionali e del default
abbiamo trasformato da nazioni serene a incasinate, come Le Radeau de la Méduse di Gericault.
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Nell’UE, dumping fiscale, lo fanno apertamente Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi,
dove fuggono i miliardari mangiaranocchi Arnault, Arthur, Tapie, Tajan o Depardieu
alla razza dei Cro-Macron non salta in mente di sputtanare nazioni bodyguard dell’area neo-nazi,
dirottano canotti su Lampedusa, ci invadono con camionette della Gendarmerie, appoggiano Bayrou
se fossi Meloni, nipote di Mussolini, eviteri di attirare attenzione di aver maggior debito della Puglia
semplicemente bombarderei Bordeaux sganciandoci sopra 2500 muli della Giulia,
con la stessa tattica di Salvini MI, rispedendo navi ONG a Marsiglia senza farci prendere per il culo
e ottenendo di imbrattare le strade della Francia con tonnellate di cacca di mulo.
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"GAZA RIVIERA"
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Su consiglio del cerbiatto che Thor mi mandò sotto la Jaguar a sostituire le mie decisioni da single,
mi sono impegnato a rompere meno sullo Stato Pontificio, tornando a raccontare l’hic et nunc,
alla faccia dell’universalità eterna dei 5 ridolfiani, anatomopatologo antropologico esperto di jiingle,
ho riniziato a sbirciare le agenzie editoriali, non i giornali, recependo un sacco di true/fake news funk.
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La soluzione del pregiudicato Trump, con accordo di Israele, è costruire la struttura Gaza Riviera:
abbatti Gaza City, dai 5.000$ a 500.000 gazawi -se sono 200.000 faciliterebbe il trust-,
i gazawi sono in grado di spendere i soldi o a. pagando un affitto verso un’altra frontiera
o b. accendendo un mutuo su un resort della struttura turistica in un bungalow tipo Ask the dust,
la striscia diverrebbe un'amministrazione fiduciaria USA di dieci anni, senza interferenze dei coloni,
dovrebbero acquistare, insieme ai gazawi, un token digitale al fine di oziare, insieme, sulla spiaggia,
l’uno in thobe e kefiah, l’altro con kippah e bekishe nere, è vero che, in coppia, ci vanno i peggiori,
non sono un tecnico marketing o un esperto high-tech e ritengo non mi sembri una decisione saggia.
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Immagino i gazawi, in spiaggia, con AK-47 e i coloni, con la loro inseparabile Masada
riflettiamo bene, Eleazar Ben Yair, sicarii circondati, viveri annichiliti, continui colpi di balistae,
legioni foderate d’acciaio comandate da Lucio Flavio Silva, un assedio d’indefinita durata,
i Parti non intervennero, incoronando Tito, furono abbattute tutte le voci valutate moleste,
non so se Mossad e Idf abbiano mai letto Luttwak, The Grand Strategy of the Roman Empire,
Masada e Gaza hanno molti nuclei in comune, il CT strategico USA non ha letto Will End in Fire,
a mia modesta opinione "nella ποίησις non si scrive in un poemata" consulterei Nanni Svampa
suggerendo all’idiota Trump di aggiungere ai resorts high-tech anche un’immensa rampa.
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IVAN POZZONI